Milan Leonardo

leonardo-ancelottiIl Milan dopo Ancelotti: ecco Leonardo
«Mi sono chiesto se ero la persona giusta per allenare il Milan. Mi sono risposto di sì»

MILANO — Là dove s’inarcava il sopracciglio di Carletto, oggi eserci ta la sua notevole proprietà di lin guaggio un brasiliano di 39 anni se rio ed elegante come l’occasione ri chiede, si chiama Leonardo Nasci mento de Araùjo ma tutti lo chia mano Leo e lui chiama tutti per no me, ciao Franco, come va Ale?, con la confidenza prudente e vagamen te artefatta di chi del Milan, fino a ieri, conosceva ogni poro ma, da domani, non sa bene cosa aspettar si. «Sono in questa società da 12 an ni, se Ancelotti e mio figlio non mi avessero stimolato a farlo, non so se avrei accettato di sedermi in panchina. Devo capire come muo vermi dentro il nuovo ruolo. È una sfida che non mi spaventa. Mi so no chiesto se fossi la persona giu sta per allenare il Milan. Mi sono risposto di sì».

Leonardo (Ap)Non è una rivoluzione. Tutt’al tro. È il delicato mantenimento di uno status quo, la continuità — pur nell’incertezza della permanen za a Milano di Kakà — è garantita dalla presenza dell’uomo con licen za di parlare a nome di Berlusconi, l’amministratore delegato che nel 2003 fece allestire una scrivania in via Turati per l’ex numero 18 («Ho chiesto di tenerla, non si sa mai…»), il trequartista di grande duttilità tattica che ha studiato le dinamiche di gruppo, mastica il giapponese e con Adriano Galliani ha una confidenza addirittura fisi ca, perché se Ancelotti nacque qui, al Milan Leonardo, proveniente dal giro dei continenti (Flamengo, San Paolo, Valencia, Kashima Antlers, Paris Saint Germain), fu inventato. È lo stile Milan senza la ruvidez za di Capello e la paciosi tà di Ancelotti, il Black­berry dove piovono messaggi trasversali come lui (da Zico a Bia gio Antonacci, «un amico…») al posto del culatello, è la restaura zione in abito di buon taglio, e pazienza se manca l’esperienza: la deroga per allenare ar riverà subito dopo il corso di seconda cate goria e la richiesta del Master, molto verrà de legato al totem col nasone, Mauro Tassotti (curioso che i due abbiano in comune una ma xi- squalifica per fallacci commessi in nazionale, anni luce lontani dal la loro cifra stilistica), e qualcosi na, per esempio l’impiego (quan do, dove, come) di Ronaldinho, uscirà dalla buca del suggeritore. Storicamente il banco di prova di ogni coach del Milan. «Ho una visione da manager. Im posterò cose nuove. Mi considero il nuovo gestore di una struttura di alto livello. Il 4-3-1-2 è la nostra identità ma può variare. Sento tan ta fiducia intorno a me e questo mi dà carica». È garbato, guarda dritto negli occhi, amministra con intelli genza il fascino che sa di emanare, lo stesso che ha portato in Italia Kakà, Pato e Thiago Silva, e di cer to sarebbe un contrappasso crude le ricominciare dall’anno zero del Milan senza quel brasiliano molto corteggiato dal Real Madrid («Kakà è uomo mercato non da og gi, però è fondamentale che resti») sul quale sogna di edificare una provincia distaccata della Seleçao di Tele Santana («Il Brasile del Mondiale ’82 è la squadra più bella che abbia mai visto in vita mia, la sua leggerezza nel gioco era un’ope ra d’arte che vorrei riprodurre al Milan»), immaginando per sé un ruolo alla Hiddink («Adoro il suo offensivismo»), alla Capello («Il mi gliore di tutti»), alla Ancelotti («Unico nel capire la chiave per ar rivare a un giocatore») e per la sua squadra «un calcio che esalti il ta lento senza mai perdere consisten za ». Parla di obiettivi, stimoli, incen tivi, know-how, doppio tattico (Ca stellazzi e Maldera: «Immagazzine ranno ed elaboreranno dati»), new entry e nuove idee («La preparazio ne atletica col pallone: più esercizi, meno routine»). Sembra uno yup pie di riflusso, vent’anni in ritardo o straordinariamente in anticipo sui tempi, di certo non destinato al la banalità né alla lycra dell’uomo di campo. Sorride. «In tuta, ecco, io proprio non mi vedo…».
Gaia Piccardi da corriere.it

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