Mastella non sarò Clemente

clemente-mastellaIN USCITA «NON SARÒ CLEMENTE», IL LIBRO DEL LEADER DELL’UDEUR
Mastella: «Dissi no ai “Dico”,
mi chiamò il Papa, pensai a uno scherzo»
Le memorie dell’ex ministro: «Berlusconi preferiva Casini a me. Pier Ferdinando rideva a ogni sua battuta»

«Vaso di coccio tra vasi di ferro»: così si descrive Clemente Mastella. Stanco di essere additato come il simbolo di una politica deteriore, il neoeletto del Pdl ha scritto le sue memorie, Non sarò Clemente (in uscita da Rizzoli). Una galleria di ritratti, magistralmente messi in fila dal coautore Marco Demarco. Da Moro a D’Alema, da De Mita a Berlusconi. Compreso Ratzinger, che rega la a Mastella la soddisfazione più grande: «Mi schierai per il no ai Dico, le unioni tra omosessuali. Prodi arrivò a minacciare con seguenze sulla mia permanenza al governo: ‘O firmi anche tu per i Dico, o te ne vai’. Tenni duro. E un giorno mi arrivò una telefonata dal Vaticano. Mi passarono la se greteria del Santo Padre. Subodorai uno scherzo, e quando sentii quella voce dall’accento teutonico pensai a Fiorello. Ma poi mi convinsi che era davvero il Papa. Voleva esprimermi il suo apprezzamento per la mia posizione».

Con il Cavaliere la prima volta fu nell’87, in piazza del Gesù: «La Dc chiamò proprio lui a occuparsi, insieme con altri, della propaganda. Ci riunimmo in tre: De Mita, Ber lusconi e io». Ma i consigli del re delle tv non persuadono il segretario: «Cleme’, ma chi mi hai portato?». Sette anni dopo, nel ’94, è Mastella ad andare ad Arcore, con Casini: «L’unico che rideva a tutte le barzellette di Berlusconi. A me, ma anche a D’Onofrio e a Confalonieri, capita di apprezzarne al massimo tre o quattro a serata; lui no, Berlusconi raccontava e il bel Pier riusciva a ridere disinvoltamente dieci volte su dieci. Comunque sia, andammo ad Arcore. Da Linate, centomila lire di taxi. Vista la nota riluttanza di Casini per i conti da saldare, pagai io, naturalmente…». Berlusconi non voleva Mastella ministro. «Fu Bossi a insistere. Fece questo ragionamento: noi siamo un governo di centrodestra, il sindacato si scatenerà; meglio affidare il ministero del Lavoro a un ex democristiano».

De Mita fu un padre padrone: «Ero il portavoce, ma in tv doveva apparire solo lui. Durante le direzioni Dc, quando arrivavano le telecamere dovevo abbassarmi o nascondermi dietro le scrivanie per non farmi riprendere. Una volta citai Claudio Baglioni in un discorso del segretario sugli anziani: ‘I vecchi sulle panchine dei giardini/ succhiano fili d’aria a un vento di ricordi…’. De Mita mi chiese se ero impazzito. Lui, per alleggerire i discorsi, al massimo citava Bunuel». Cossiga? «Il più intelligente dei democristiani, colto quasi al pari di Moro, di cui però non aveva la sensibilità e la capacità di comprendere lo spirito dei tempi». Gava? «Si faceva baciare l’anello e riceveva avvolto nella nuvola di fumo del suo sigaro. Ma oggi l’erede del laurismo è Bassolino». Pannella? «Mi querelò perché dissi in tv che gozzovigliava nei villaggi vacanze durante il suo sciopero della fame in Africa; ma avevo un testimone, il direttore del villaggio». Andreotti? «Il migliore dei media tori tra i cittadini e lo Stato. Casini e io fum mo i soli ad assistere alla prima udienza del processo di Palermo. La sera, in albergo, stavamo per decidere di rinunciare. Telefo nai a Sandra. Mi disse: ‘Passami Pier’. Pochi minuti e Casini cambiò idea: ‘Sandra ha ragione, non possiamo più tirarci indietro  ».

Sulla sua vicenda giudiziaria e sulla caduta di Prodi, Mastella ripete quanto raccontò un anno fa al Corriere: «Feci come il castoro citato da Gramsci. Un tempo il castoro era molto ricercato dai cacciatori, perché dai suoi testicoli si ricavava una sostanza ritenuta miracolosa. Così, quando si sentiva braccato, se li strappava e li gettava ai cacciatori, per aver salva la vita. Anch’io, braccato, mi sono tagliato i testicoli; e ho lasciato il ministero della Giustizia». La tesi di Mastella è che su di lui, cerniera tra i due schieramenti e anello debole dell’Unione, si sia concentrata ogni sorta di malevolenza, a cominciare da quella dei magistrati punta di lancia De Magistris, regista Di Pietro – contrari alla sua riforma della giustizia. L’ex ministro spiega con la teoria della persecuzione anche le foto che lo ritraevano a bordo dell’aereo di Stato, diretto verso il Gran Premio di Monza: «L’aereo era lì per il vicepresidente del Consiglio. Ma Rutelli nelle foto non c’era. C’ero solo io, con mio figlio». Quanto a Prodi, «da presidente dell’Iri fu interrogato da Di Pietro: probabilmente da lì è nata quella soggezione nei confronti dell’ex pm; una soggezione visibi le a ogni occasione, a ogni riunione del con siglio dei ministri». A volere Prodi all’Iri, scrive Mastella, era stato De Mita, «che ben presto cominciò a diffidare di lui. Romano, così almeno mi diceva, gli sembrava più di sponibile alle sollecitazioni di Craxi e di Andreotti che alle sue. E’ probabile che Prodi abbia trasferito su di me la sua speculare sfiducia nei confronti di De Mita».

Il periodo nel centrosinistra è il più burrascoso. Da D’Alema che lo convoca a Palazzo Chigi – «Clemente, qui gira la notizia di una banca americana che avrebbe messo sul tuo conto cinquanta milioni di euro» alla tormentata partecipazione alle prima rie dell’Ulivo: «Gli elettori si muovevano in gruppo, spesso spostandosi su piccoli bus. Saltavano da paese a paese, da quartiere a quartiere, e ogni volta votavano. Ci credo che i registri con gli elenchi non sono mai saltati fuori». Ma sono mille le storie di un personaggio che conquista Moro spedendo la prima confezione di quei dolcetti ormai noti come «mastellini», arriva vergine a 28 anni ma al referendum sul divorzio tradisce le consegne della Chiesa e si astiene, battezza di persona con la saliva il figlio Pellegrino che pare in punto di morte per la febbre altissima, riceve i clientes di Ceppaloni anche all’alba, si tormenta consultando i blog «dementemastella», «mastellatio dio », «mastellacadente» e «mastellainpa stella », respinge «una giornalista famosa che tentò di sedurmi e poi andò a dire in giro che ero gay», porta per la prima volta Baudo, Elisabetta Gardini ed Enrica Bonaccorti ai congressi Dc, rivendica di aver avuto un ruolo nell’elezione di Cossiga al Quirinale («nel voto preliminare dei parlamentari Dc ebbe il 60% dei voti, ma io diedi la notizia che aveva avuto l’80») e nell’assunzio ne di David Sassoli in Rai, di essersi occupato di Cocciolone abbattuto in Iraq, di aver fatto votare per una volta Dc la Carrà «co­munista da sempre»…

Aldo Cazzullo corriere.itIN USCITA «NON SARÒ CLEMENTE», IL LIBRO DEL LEADER DELL’UDEUR
Mastella: «Dissi no ai “Dico”,
mi chiamò il Papa, pensai a uno scherzo»
Le memorie dell’ex ministro: «Berlusconi preferiva Casini a me. Pier Ferdinando rideva a ogni sua battuta»

«Vaso di coccio tra vasi di ferro»: così si descrive Clemente Mastella. Stanco di essere additato come il simbolo di una politica deteriore, il neoeletto del Pdl ha scritto le sue memorie, Non sarò Clemente (in uscita da Rizzoli). Una galleria di ritratti, magistralmente messi in fila dal coautore Marco Demarco. Da Moro a D’Alema, da De Mita a Berlusconi. Compreso Ratzinger, che rega la a Mastella la soddisfazione più grande: «Mi schierai per il no ai Dico, le unioni tra omosessuali. Prodi arrivò a minacciare con seguenze sulla mia permanenza al governo: ‘O firmi anche tu per i Dico, o te ne vai’. Tenni duro. E un giorno mi arrivò una telefonata dal Vaticano. Mi passarono la se greteria del Santo Padre. Subodorai uno scherzo, e quando sentii quella voce dall’accento teutonico pensai a Fiorello. Ma poi mi convinsi che era davvero il Papa. Voleva esprimermi il suo apprezzamento per la mia posizione».

Con il Cavaliere la prima volta fu nell’87, in piazza del Gesù: «La Dc chiamò proprio lui a occuparsi, insieme con altri, della propaganda. Ci riunimmo in tre: De Mita, Ber lusconi e io». Ma i consigli del re delle tv non persuadono il segretario: «Cleme’, ma chi mi hai portato?». Sette anni dopo, nel ’94, è Mastella ad andare ad Arcore, con Casini: «L’unico che rideva a tutte le barzellette di Berlusconi. A me, ma anche a D’Onofrio e a Confalonieri, capita di apprezzarne al massimo tre o quattro a serata; lui no, Berlusconi raccontava e il bel Pier riusciva a ridere disinvoltamente dieci volte su dieci. Comunque sia, andammo ad Arcore. Da Linate, centomila lire di taxi. Vista la nota riluttanza di Casini per i conti da saldare, pagai io, naturalmente…». Berlusconi non voleva Mastella ministro. «Fu Bossi a insistere. Fece questo ragionamento: noi siamo un governo di centrodestra, il sindacato si scatenerà; meglio affidare il ministero del Lavoro a un ex democristiano».

De Mita fu un padre padrone: «Ero il portavoce, ma in tv doveva apparire solo lui. Durante le direzioni Dc, quando arrivavano le telecamere dovevo abbassarmi o nascondermi dietro le scrivanie per non farmi riprendere. Una volta citai Claudio Baglioni in un discorso del segretario sugli anziani: ‘I vecchi sulle panchine dei giardini/ succhiano fili d’aria a un vento di ricordi…’. De Mita mi chiese se ero impazzito. Lui, per alleggerire i discorsi, al massimo citava Bunuel». Cossiga? «Il più intelligente dei democristiani, colto quasi al pari di Moro, di cui però non aveva la sensibilità e la capacità di comprendere lo spirito dei tempi». Gava? «Si faceva baciare l’anello e riceveva avvolto nella nuvola di fumo del suo sigaro. Ma oggi l’erede del laurismo è Bassolino». Pannella? «Mi querelò perché dissi in tv che gozzovigliava nei villaggi vacanze durante il suo sciopero della fame in Africa; ma avevo un testimone, il direttore del villaggio». Andreotti? «Il migliore dei media tori tra i cittadini e lo Stato. Casini e io fum mo i soli ad assistere alla prima udienza del processo di Palermo. La sera, in albergo, stavamo per decidere di rinunciare. Telefo nai a Sandra. Mi disse: ‘Passami Pier’. Pochi minuti e Casini cambiò idea: ‘Sandra ha ragione, non possiamo più tirarci indietro  ».

Sulla sua vicenda giudiziaria e sulla caduta di Prodi, Mastella ripete quanto raccontò un anno fa al Corriere: «Feci come il castoro citato da Gramsci. Un tempo il castoro era molto ricercato dai cacciatori, perché dai suoi testicoli si ricavava una sostanza ritenuta miracolosa. Così, quando si sentiva braccato, se li strappava e li gettava ai cacciatori, per aver salva la vita. Anch’io, braccato, mi sono tagliato i testicoli; e ho lasciato il ministero della Giustizia». La tesi di Mastella è che su di lui, cerniera tra i due schieramenti e anello debole dell’Unione, si sia concentrata ogni sorta di malevolenza, a cominciare da quella dei magistrati punta di lancia De Magistris, regista Di Pietro – contrari alla sua riforma della giustizia. L’ex ministro spiega con la teoria della persecuzione anche le foto che lo ritraevano a bordo dell’aereo di Stato, diretto verso il Gran Premio di Monza: «L’aereo era lì per il vicepresidente del Consiglio. Ma Rutelli nelle foto non c’era. C’ero solo io, con mio figlio». Quanto a Prodi, «da presidente dell’Iri fu interrogato da Di Pietro: probabilmente da lì è nata quella soggezione nei confronti dell’ex pm; una soggezione visibi le a ogni occasione, a ogni riunione del con siglio dei ministri». A volere Prodi all’Iri, scrive Mastella, era stato De Mita, «che ben presto cominciò a diffidare di lui. Romano, così almeno mi diceva, gli sembrava più di sponibile alle sollecitazioni di Craxi e di Andreotti che alle sue. E’ probabile che Prodi abbia trasferito su di me la sua speculare sfiducia nei confronti di De Mita».

Il periodo nel centrosinistra è il più burrascoso. Da D’Alema che lo convoca a Palazzo Chigi – «Clemente, qui gira la notizia di una banca americana che avrebbe messo sul tuo conto cinquanta milioni di euro» alla tormentata partecipazione alle prima rie dell’Ulivo: «Gli elettori si muovevano in gruppo, spesso spostandosi su piccoli bus. Saltavano da paese a paese, da quartiere a quartiere, e ogni volta votavano. Ci credo che i registri con gli elenchi non sono mai saltati fuori». Ma sono mille le storie di un personaggio che conquista Moro spedendo la prima confezione di quei dolcetti ormai noti come «mastellini», arriva vergine a 28 anni ma al referendum sul divorzio tradisce le consegne della Chiesa e si astiene, battezza di persona con la saliva il figlio Pellegrino che pare in punto di morte per la febbre altissima, riceve i clientes di Ceppaloni anche all’alba, si tormenta consultando i blog «dementemastella», «mastellatio dio », «mastellacadente» e «mastellainpa stella », respinge «una giornalista famosa che tentò di sedurmi e poi andò a dire in giro che ero gay», porta per la prima volta Baudo, Elisabetta Gardini ed Enrica Bonaccorti ai congressi Dc, rivendica di aver avuto un ruolo nell’elezione di Cossiga al Quirinale («nel voto preliminare dei parlamentari Dc ebbe il 60% dei voti, ma io diedi la notizia che aveva avuto l’80») e nell’assunzio ne di David Sassoli in Rai, di essersi occupato di Cocciolone abbattuto in Iraq, di aver fatto votare per una volta Dc la Carrà «co­munista da sempre»…

Aldo Cazzullo corriere.it

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