Lippi a muso duro

lippiMezz’ora di faccia a faccia tra ct
e squadra: «Chi non ci crede più
tolga il disturbo»

PRETORIA
Mezz’ora per capirsi e ritrovare l’identità. Nello spogliatoio del Southdown College a Irene, il campo base dove qualcuno già si prepara a inscatolare le carte per il ritorno in Italia, c’era un silenzio perfetto quando Lippi ha cominciato a parlare agli ex azzurri, ormai celestini per il colore della nuova maglia. Ore 11, la prima sconfitta della Nazionale contro una squadra africana era vecchia di mezza giornata. «Vogliono farvi passare per bolliti ma voi gli farete vedere che siete i campioni del mondo. Ditemi se avete ancora fame e rabbia e se qualcuno non crede più a questa squadra può levare il disturbo», ha detto il ct. Prima di passare alle accuse tecniche, come l’imprecisione dei passaggi e la poca cattiveria in campo, Lippi rinnovava il cliché di tre anni fa in Germania. Parlava ai cuori in una visione quasi western del mondo in cui l’eroe buono è circondato dai cattivi ma alla fine trionfa.

Due contro cento, fu un albo di Tex Willer nella nostra giovinezza. Venti contro i milioni di critici spuntati dopo la sconfitta con l’Egitto è la proporzione che Lippi e i suoi fissano per caricarsi e per resistere. Nel 2006 il giochino funzionò. «Con la vittoria dividemmo con voi la nostra felicità – ha ricordato Buffon ai giornalisti – ma se avessimo considerato cosa fu detto prima del Mondiale, nel momento del successo avremmo potuto creare una spaccatura. Noi possiamo perdere ed essere criticati, voi invece vincete sempre: giudicate solo sui risultati e non perdete mai». L’idea che Buffon ha espresso da portavoce designato è che alla gente si vende l’immagine di una Nazionale al capolinea mentre è qualche fermata più indietro. «Ci hanno definito mummie – ha detto il portiere juventino – e non ci voleva un grande sforzo, visto l’avversario. Non fa piacere ma non mi sento colpito nell’orgoglio perché ho la certezza che non è così».

Senza ironie nè sarcofagi dissacranti, la questione aperta dalla pessima vittoria contro gli Stati Uniti e dalla immeritata sconfitta con gli egiziani è che la prossima partita con il Brasile diventa lo spartiacque sul futuro di questa squadra. Buffon ha ben chiara la situazione. «Non mi importa molto che domenica ci si qualifichi per la semifinale della Confederations Cup anche se vorrei vincerla – ha spiegato -. Potremmo anche battere il Brasile ed essere spediti a casa: non mi importerebbe perché non siamo al Mondiale o all’Europeo dove si diventa campioni di qualche cosa. Io mi auguro una grande prestazione per dimostrare che valiamo il Brasile. La bocciatura sarebbe scoprire che non siamo più nella condizione di giocarcela con le grandi. Non credo che accadrà. Se stiamo bene siamo ancora capaci di battere i brasiliani, poi gli spagnoli e di nuovo i brasiliani».

E se finisse male come nell’amichevole di Londra in febbraio? «Allora Lippi potrà decidere di cambiare». «La Confederations – ha proseguito Buffon – deve servire a fare valutazioni ed esperienza. Nel momento in cui si vede che qualcosa non va si fa sempre in tempo a tornare indietro e rivedere il lavoro, le convinzioni, gli interpreti. Ma almeno facciamole queste prove e non vedo perché massacrare l’allenatore e la squadra che le fa». All’esterno della Nazionale manca proprio la percezione dell’esperimento. Se Lippi avesse buttato nel torneo cinque o sei uomini nuovi per rodarli in vista del Mondiale e abituarli a una grande manifestazione, certe prestazioni sarebbero più giustificate. Invece la formazione vista fin qui è quella di sempre, con otto o nove titolari che giocano insieme da almeno 4 anni e con il modulo provato dozzine di volte. A parte i pantaloncini marroni, dove sta l’esperimento? A deludere è la Nazionale migliore, quella su cui Lippi progetta il Mondiale.

Ecco perché la gente non capisce e critica. «I cambiamenti ci sono stati – è stata la difesa di Buffon -. Rossi ha avuto spazio, ha giocato Quagliarella, su 23 giocatori ce ne sono undici che non parteciparono alla Coppa del Mondo e prima della fine sono possibili altri cambi e altre prove. I ragazzi vanno usati non dico con il contagocce ma con prudenza per non bruciarli perché per reggere il peso della Nazionale non bastano la tecnica e la fiducia, servono molte altre cose. Lo dico io che entrai nel giro a 18 anni ed esordii che ne avevo 20 o 21, anche se tutti volevano che giocassi subito: invece, facendo così, sono stato tutelato». Avanti così, dunque. Almeno fino al Brasile. «Rispetto a tre anni fa manca un Totti – ha aggiunto Buffon – tuttavia di giocatori così ne nasce uno ogni 30 anni e quando non c’è, è inutile cercarlo. Si cambia il modo di giocare. Comunque il nostro è ancora un gruppo di giocatori come ce ne sono pochi al mondo, quando stanno bene: di fronte all’evidenza schiacciante ci arrenderemo e daremo ragione a voi, ma l’evidenza non c’è. E non capisco perchè dall’Italia ci imputino di giocare male. Nella nostra storia non è mai esistito il calcio champagne, come fa il Brasile o il Barcellona: persino al Mondiale in Germania le vittorie costavano fatica ma tra una squadra con le caratteristiche del Brasile e una tosta, come è la nostra quando siamo al meglio, scelgo quella tosta. Anche se non siamo i Globetrotter che all’improvviso dovremmo essere e non saremo mai».
MARCO ANSALDO www.lastampa.it

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