Luca Bucci ritiro

 

luca-bucciA volte i percorsi della vita sono strani , ma sei il portiere della nazionale e Sacchi crede in te improvvisamente ti arriva come secondo Buffon e tutto crolla , in fondo non si è mai ripreso , ma nelle piccole squadre in cui ha giocato ha lasciato il segno: se fosse stato lui il portiere del Torino sarebbero ancora in A (NDR.)
Bucci si sfila i guanti
”Se non ci fosse stato Buffon…”
Dopo ventitre anni e mezzo passati tra i pali si ritira l’ex portiere di Parma e Torino: ”Alle mie spalle è arrivato un fenomeno come Gigi e la mia carriera ha preso un’altra direzione” di BENEDETTO FERRARA
Luca Bucci
C’è anche chi dice addio senza feste, cori e giri di campo. C’è anche chi si tira fuori dalla mischia quasi in silenzio, dopo ventitre anni e mezzo passati a volare di qua e di là, a esultare coi compagni e ad arrabbiarsi col mondo. Luca Bucci, una vita tra Parma e Torino con finale sulla panchina del Napoli, a quarant’anni si sfila i guanti, saluta e se ne va. “Ho deciso che può bastare così. E’ bene capire quando è il momento di cambiare strada”. 
Un addio senza un applauso? 
“Quello se lo meritano i grandi campioni. Io sono uno normale che si è divertito a fare quello che aveva sognato da ragazzino”. 
Una carriera lunga piena zeppa di storie: Bucci in nazionale, sembrava l’inizio di un sogno pazzesco. E poi? 
“Poi mi è arrivato alle spalle un fenomeno chiamato Buffon e la mia carriera ha preso un’altra direzione. A volte provo a immaginare come sarebbe andata la mia storia se non fossi cresciuto lì a Parma, dove è nato calcisticamente anche Gigi”. 
E dove a un certo punto con Ancelotti andò in scena uno scontro a muso duro. 
“Lui mi fece promesse che poi non ebbe il coraggio di mantenere. Così avemmo una discussione molto animata che finì con qualche urlo e con me che prendevo a pugni la porta dello spogliatoio”. 
Chiarito tutto? 
“Non c’era niente da chiarire: io ero un giovane un po’ irruento, Ancelotti un allenatore alle prime armi. A Torino ci siamo rivisti. E salutati da persone civili”. 
Lei aveva la fama di uno istintivo, diciamo così. 
“Adrenalina. In eccesso, forse. Le ingiustizie poi mi facevano perdere la testa”. 
E così arrivò anche un gesto dell’ombrello alla curva bianconera. 
“Avevano dato un rigore inesistente alla Juve a partita quasi finita. Del Piero prese la traversa e mi venne naturale quella reazione. Ho passato una settimana a chiedere scusa. Perfino mio figlio Emanuele, che aveva dodici anni, non me la fece passare liscia”. 
Come? 
“Tornai a casa e mi fece quel gesto lì per sfottermi”. 
Bucci, però lei è anche un calciatore anomalo. Molti libri, giornali, niente lustrini, gossip e glamour. 
“Sono cresciuto sull’appennino emiliano in una famiglia dai valori sani e profondi. Mio padre, quando ero giovane, mi diceva sempre: Luca, ricordati che l’ignoranza è la cosa più pericolosa che c’è. E allora io ho cercato di conoscere ciò che mi sta intorno”. 
Come? 
“Leggendo molto. Andando a studiare su internet ciò che mi interessa, sfogliando tutti i giorni i quotidiani politici”. 
Che libro sta leggendo? 
“La biografia di Obama. Lui è la nostra unica speranza. E’ un personaggio affascinante, che va in profondità. Poi mi piace molto leggere Enzo Biagi”. 
Il classico calciatore controcorrente. 
“Non lo so. Ma io non voglio fare lo snob e non giudico chi pensa solo alle macchinone e agli orologi di lusso. Magari anche i calciatori che oggi vivono così un giorno avranno modo di cercare strade diverse. E poi il problema non sono loro”. 
Cioè? 
“Si parla sempre dei calciatori come persone superficiali e non ci si rende conto che tutto il mondo sta andando in quella direzione. Apparire, sfoggiare, spendere. Tutto senza fatica, magari senza saper far niente. Questo è il modello che oggi passa, e la cosa mi inquieta”. 
Bucci, si ricorda un aneddoto divertente? 
“Mi fa sempre ridere quando ripenso ai miei quindici anni e alla valigiona con cui mi presentai davanti al pullman per il mio primo ritiro. Mi presero tutti in giro, non sapevo che la roba da vestire me la dava la società. Poi mi ricordo quei maledetti ritiri preventivi ai tempi del Parma, quando per evitare le fughe di Asprilla eravamo costretti a vivere da segregati”. 
Il colombiano scappava sempre a Milano per questioni di donne, no? 
“Mah, chissà dove andava, ma era talmente simpatico che alla fine lo perdonavamo sempre”. 
Torniamo a lei. E al suo carattere irruento. Che col tempo si è mitigato. 
“Da un po’ di anni seguo una forma di meditazione per cercare di usare al meglio le mie energie. E’ una cosa molto intima, però… “. 
Giusto. E da oggi cosa pensa di fare nella vita? 
“Mi piacerebbe allenare i portieri. Magari al Parma, vediamo se c’è la possibilità”. 
Intanto uno dei suoi due figli gioca proprio in porta. 
“Sì, nell’Audace. Ha sedici anni e mi sembra soddisfatto di quello che fa”. 
Un consiglio per lui? 
“Divertiti più che puoi sul campo di calcio perché questo è ciò che conta davvero. E poi ricordati di studiare… “. 
Perché, come dice sempre il nonno, l’ignoranza è la peggior nemica… 
“Sì, se quella ti fa gol hai perso per davvero”. 
da repubblica.it

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