Lucrezia Reichlin : Come attrarre gli investimenti ma rallenta anche la Germania

lucrezia reichlinCome attrarre gli investimenti

I dati recenti sulla produzione industriale italiana indicano un nuovo rallentamento dell’economia. Ancora più preoccupante è il fatto che anche in Germania i dati degli ultimi tre mesi suggeriscono che il Paese motore dell’Europa stia subendo un rallentamento, almeno dal mese di marzo. Questo vuol dire che l’attività economica per l’area dell’euro nel 2014 si attesterà probabilmente al di sotto delle previsioni istituzionali: ancora una volta, nonostante le stime del Prodotto interno lordo (Pil) tedesco nel primo trimestre fossero state solidamente positive e avessero fatto pensare a una divergenza tra Europa forte e Europa periferica, si conferma che le economie dei Paesi dell’Unione si muovono insieme: le debolezze degli uni diventano le debolezze degli altri.
In questa cornice, e con alcuni Paesi dell’area fortemente indebitati, il mercato sta dando i primi segni di nervosismo. Certo non siamo più nel 2011, le istituzioni europee hanno fatto grandi passi avanti e si sono date maggiori strumenti per domare la prospettiva di una possibile implosione della moneta unica. Tuttavia, la situazione è ancora incerta e l’architettura della governance dell’eurozona resta ben lontana da essere completa e capace di metterci al riparo da nuove crisi. Non bisogna perdere tempo.
L’Italia – in quanto uno dei maggiori Paesi debitori della zona, con una crescita che da vent’anni è stata più bassa della media e dal 2011 persistentemente negativa – è ancora fragile.
Il nostro governo nelle settimane scorse ha lanciato una campagna, spesso contraddittoria nel messaggio e nella comunicazione, per ottenere maggiore flessibilità nell’interpretazione del Patto di Stabilità. Finora questa campagna non ha portato grandi risultati e potrebbe rivelarsi controproducente.
I problemi sono due. Primo, le regole troppo flessibili sono la negazione delle regole stesse perché ne distruggono la credibilità. Il patteggiamento sull’interpretazione della flessibilità non può essere l’elemento costitutivo del rinnovamento del progetto europeo. Secondo, la flessibilità che si chiede per le spese di investimento, se mai ottenuta, rischia di non portare granché a casa. L’Italia spende poco e male i fondi strutturali stanziati dall’Unione Europea. Inoltre, gli studi sugli effetti economici degli investimenti infrastrutturali mostrano come – se pure è vero che, in media, il loro effetto sul Pil è maggiore della spesa iniziale e in qualche modo si ripaga da solo – questa media nasconda una grande eterogeneità tra Paesi. In Paesi con istituzioni deboli, proni all’accaparramento delle risorse pubbliche e all’inefficienza, l’effetto è nullo o anche negativo. Gli scandali che ci opprimono da sempre raccontano che in Italia ciò che ostacola la crescita è la scarsa solidità delle nostre istituzioni, non la mancanza di risorse. Questa è la ragione per cui l’investimento privato – non solo quello pubblico – è così basso.
Una riforma profonda della cosa pubblica e del funzionamento delle istituzioni è dunque la chiave per la crescita in Italia. Se ne parla da tanto. La credibilità del nostro governo dipende dalla sua capacità di passare ora dalle parole ai fatti. Gli ostacoli sono dovuti a complicati equilibri sociali e a un groviglio di interessi contrastanti che frenano il cambiamento. Gli economisti capiscono bene gli incentivi, ma capiscono poco le istituzioni e l’evoluzione della società. Governare il cambiamento è un processo squisitamente politico e nazionale. Questo è vero per noi come per gli altri Paesi dell’Unione, ognuno geloso della propria sovranità, ma, anche se in modo diverso, egualmente incapace di fare quel salto che renderebbe tutta l’area dell’euro più competitiva e capace di generare crescita e lavoro.
Ma l’Unione potrebbe essere un’occasione. Un’occasione per aiutare i Paesi a superare quegli ostacoli al cambiamento che non permettono di cogliere le opportunità generate dall’interconnessione delle nostre economie. Questo diventerebbe possibile se l’area euro creasse, come parte della sua governance , un nuovo framework : gli investimenti verrebbero indirizzati ai Paesi che attuano riforme-chiave secondo un meccanismo in cui la credibilità della realizzazione di queste ultime sarebbe garantita da monitoraggio e sanzioni. Non è cosa facile costruire una piattaforma operativa che a livello europeo permetta di inquadrare correttamente i dibattiti nazionali sulle riforme. In passato si era parlato di contratti bilaterali tra Paesi. Questa iniziativa sembra essere morta, ma quell’ispirazione sta riprendendo vita in forma di un progetto multilaterale. Se ne è cominciato a discutere in vari consessi europei e l’idea è stata rilanciata da Draghi nel suo discorso a Londra, durante la commemorazione di Tommaso Padoa-Schioppa. Molti la vedranno con sospetto perché si tratta di cedere sovranità. È invece l’occasione per rendere credibile un progetto comune per la crescita. E aprire un dialogo su nuovi fronti in cui l’Italia, in modo sovrano, possa trovare terreni di iniziativa politica.

di Lucrezia Reichlin da corriere.it

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