Mafalda compie 50 anni

mafaldaUna splendida cinquantenne buon compleanno Mafalda (

Ora che di anni ne compie cinquanta a chi le fa gli auguri risponde, impertinente, così…
Quando nacque in Argentina dalla matita di Quino, per una ditta di elettrodomestici, aveva già sette anni, le caviglie grosse e un cespuglio di capelli neri sulla testa

SE QUANDO aprite il frigo e dentro c’è un pollo ma voi vedete un «cadavere di pollo» allora siete cresciuti con Mafalda. Se avete un mappamondo in casa, perché quando ne vedete uno sul tavolo del rigattiere vi coglie un istinto di portarvelo a casa, allora l’avete dimenticata, forse, ma lei non ha dimenticato voi. E oggi compie cinquant’anni.

Cinquant’anni. C’è una striscia in cui lei deve rispondere alla domanda di un compito, a scuola. «Se una persona nasce oggi quanti anni avrà fra mezzo secolo?». Risposta: cinquanta. Commento: «Questo fatto che una che nasce dopo di te sia così vecchia è davvero deprimente». Però Quino una volta ha detto: «Non sarebbe mai diventata grande, probabilmente. Sarebbe stata una desaparecida ». Alla fine degli anni Settanta l’avrebbero portata via i militari e sarebbe scomparsa in mare come tutti i ragazzi che sognavano, allora, un mondo più libero e più giusto. L’avrebbero soppressa, e infatti il suo autore l’ha fatta sparire prima. L’ha messa in salvo per sempre. Perché Mafalda, per chi non lo sapesse, è argentina. Di origini andaluse, Spagna, italiana di adozione, ma argentina. Come Borges e Maradona, come il tango e il malcontento. Una bambina del Terzo Mondo, e noi qui dal Primo tutti a imparare da lei.
Daccapo, dunque. Partiamo da Quino suo padre che nasce al principio degli anni Trenta a Mendoza, provincia estrema non sempre rintracciabile sul mappamondo, «sugli assegni metterà Joaquin Lavado», il suo vero nome. Quino- Joaquin è un bambino timido e malinconico, eternamente incerto, segnato dal lutto. È un piccolo orfano, e qui di nuovo siamo chiamati a riflettere su quanti geni del Novecento siano stati orfani, quanto l’assenza dei genitori abbia contribuito al progresso dell’umanità nel ventesimo secolo. Meditate, gente. Quino perde la madre a tredici anni e il padre a sedici, nel frattempo la nonna. Vive in una casa le cui porte sono continuamente parate a lutto, il nastro nero al braccio, il profumo dolce di fiori bianchi della veglia. Non avrà figli, come Evita Peròn che diceva «vorrei un paese in cui i privilegiati fossero i bambini »: l’unico bambino di cui dispone come modello a cui ispirarsi è se stesso da piccolo.
Mafalda nasce per errore, su commissione: un lavoretto precario, uno
dei primi del ragazzo silenzioso e occhialuto emigrato dalla provincia a Buenos Aires. Una rivista gli chiede di disegnare il fumetto di una famiglia media che faccia pubblicità occulta a una ditta di elettrodomestici, la Mansfield. La protagonista dovrà avere il nome che inizia per emme.
La pubblicità non si farà mai, le strisce di Mafalda restano in un cassetto. Anni dopo un amico, Julian Delgado, gli propone di pubblicare sulla sua rivista — Primera Plana — la storia della bambina che dice «chi è quel cretino che ha inventato la minestra». È il 1964. Cinquant’anni fa. Delgado sparirà nel ’78, sequestrato e ucciso dai militari che torturavano ed eliminavano la gioventù argentina coperti dal rumore degli applausi per il Mondiale di calcio. È così che nasce Mafalda.
Ancora uno sforzo di memoria, per favore. Ancora un momento di concentrazione per tornare a quegli anni. Nel 1964 Barbie, la bambola Usa modello di bellezza, adotta le ciglia finte e ingrandisce gli occhi, snellisce il punto vita. Gli americani sbarcano in Vietnam. Barbie è bionda snella e buona. Mafalda è piccola nera e cattiva. Ha le caviglie grosse. I capelli ispidi e la bocca a ciabatta. È una bambina di sette anni che dice a sua madre, capelli cotonati e gonna al ginocchio, quando la vede cucire con degli spilli in bocca: «È la prima volta che vedo uscire dalla tua bocca qualcosa di acuto». Che dice a suo padre: «Il problema della famiglia, qui fra gli umani, è che tutti vogliono essere il padre». Ama i Beatles, il bowling, il segretario generale dell’Onu che si impegna inutilmente per la pace, vorrebbe tanto avere una tv che i genitori non comprano ma non perché pensano che sia il demonio: perché non hanno abbastanza soldi. Mentre Charlie Brown, in America, manda una nazione intera in analisi Mafalda punta a fare la rivoluzione, «i cespugli sono indispensabili alla guerriglia», lo insegna El Che. García Márquez la ama subito, perché è una bambina che parla come un’adulta, e questo anche i Peanuts, ma a differenza dei Peanuts è incazzatissima e vuole fare la rivoluzione. È una bambina impertinente e precoce che racconta il lato segreto della condizione umana, quello che era lì sotto gli occhi di tutti. Bastava che qualcuno lo raccontasse, come Macondo.
Per l’Argentina di quegli anni, dice il grande Tomás Eloy Martínez, leggere Quino era come una “messa a terra” dell’impianto elettrico. Allude alla realtà ma di sbieco. Parla della strage di Ezeiza dicendo alla madre, a proposito della gallina che ha appena cucinato, «le tue mani sono lorde di sangue innocente ». Con la vita quotidiana i personaggi possono essere più espliciti che con la politica. D’altra parte, racconta Quino, sua nonna quando da bambino ascoltava Sinatra gli diceva «non dimenticare che al mondo esistono Franco, Salazar, i colonnelli greci, Pinochet ». Mafalda parla di politica senza nominarla, racconta la corsa agli armamenti, il sogno piccolo borghese del benessere, le utopie hippy e la guerra in Vietnam e Peròn attraverso le passioni e le felicità segrete della vita quotidiana. Il motivo per cui negli anni la sua forza è rimasta intatta è che le notizie sono cambiate (non c’è più il Vietnam, non c’è lo sbarco sulla Luna) ma il modo della ragazzina di reagire all’insensatezza è lo stesso. Vale per le guerre di oggi, per il mondo adesso: «Non farò nomi per non commettere l’ingiustizia di una dimenticanza, ma ci sono in giro tanti imbecilli che non ti dico».
Mafalda è un’utopista e una proto femminista (i Beatles, i diritti delle donne, la pace, la rivoluzione che porta la giustizia e che sgomina i corrotti e i potenti di ogni luogo) ma anche i suoi amici lo sono. L’avidità di Manolito è l’utopia capitalista. Il desiderio di maternità di Susanita è l’ideale della famiglia secondo una certa idea di natura, inesistente nella realtà. I piccoli rappresentano in chiave di commedia ciò che ai grandi accade in tragedia, e infine ai grandi non accade mai di fare quello che insegnano ai piccoli. Come dice García Márquez: «Si puliscono i denti, si tagliano le unghie e diventano adulti miserevoli».
Quino, l’orfano timido nato nel luogo dove i ristoranti si affacciano sui cimiteri, non ha mai capito fino in fondo il segreto del successo di Mafalda, l’ha abbandonata esausto dopo dieci anni soli, nel 1973, più di quarant’anni fa. Faceva una fatica immensa a farle dire una cosa al giorno: ci metteva tutti i suoi giorni, la sua vita intera. Da allora Mafalda è stata celebrata e premiata nel mondo intero, l’Italia è stato il paese in cui è stata tradotta per prima — ne hanno scritto Umberto Eco, Oreste Del Buono — e ancora adesso i bambini leggono le storie del piccolo Guillermo, il fratellino col ciuccio, in italiano purtroppo Nando, e chiedono «ma chi è questa Brigitte Bardot di cui è innamorato? ». Quino non sa rispondere. Conserva la genuina modestia, l’insicurezza, l’aria di sbalordimento di certi argentini di periferia: scettici, malcontenti, litigiosi e discordi ma in fondo visionari e saggi come i veri sapienti. C’è una striscia di Mafalda in cui Felipe travestito da chirurgo le chiede di aprire la sua bambola col bisturi per vedere di cosa sia piena. Di stoppa? Di trucioli? Di gommapiuma? Lei risponde: no, io già lo so di cosa è piena. Di inibizioni. Ce n’è un’altra, in spiaggia, in cui lei dice: «La gente è esagerata e allarmista. “Il paese è sull’orlo di questo e di quello!”. Poi invece il paese è tutto qui, sull’orlo dell’acqua ». Infine: alla maestra che le chiede un compito, esigente, la bambina risponde «Lei signorina deve essere una donna molto sola».
Ha detto Antonio Gades, coreografo, una volta: Mafalda è la sola donna che mi diverta senza chiedermi niente in cambio. Sporco maschilista, avrebbe risposto lei con altre più illuminate parole. Però è così. Siamo qui, sull’orlo dell’acqua, molto soli, pieni di inibizioni. Circondati da squali travestiti da benefattori. Pieni di tutto quello che manca. Disposti ancora a crederci, in fondo disperati. Resta con noi, ragazzina. I cinquant’anni sono l’età più bella della vita. E se non sei scomparsa nel mare uccisa dai militari, torna. E se noi puoi tornare, parlaci come parlano i morti nel soffio. Dicci cosa pensi di noi, spiegaci come dobbiamo fare.

Da la Repubblica del 02/03/2014. concita de gregorio via triskel182.wordpress.com

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