Marcello Veneziani Ci mancava De Gasperi padrino delle Feste dell’Unità la sinistra vuole scipparlo: uno sfregio al primo liberale anti Pci

marcello-venezianiCi mancava De Gasperi padrino delle Feste dell’Unità
A sessant’anni dalla morte del grande statista democristiano la sinistra vuole scipparlo: uno sfregio al primo liberale anti Pci

Abbiate pietà della storia. Non si può dedicare la festa dell’Unità di Bologna ad Alcide Degasperi che fu il bersaglio storico dell’ Unità , dei comunisti e della rossa Bologna, e che fu per anni il principale impresario della Diga anticomunista e dello Scudo crociato.

So che della storia ripassata nella padella della faziosità ci sono tanti deprecabili precedenti. Per esempio la statua ad Aldo Moro nella sua città natale, Maglie, con l’ Unità in mano, come se Moro fosse uno storico militante del Pci, ucciso dalle Brigate bianche democristiane. Ma Degasperi, o De Gasperi come di solito si scrive, è stato sempre il leader e il simbolo dei moderati, dei cattolici, dei liberali, dei conservatori, in palese antagonismo con la sinistra, il Pci e i suoi organi di stampa.

Capisco la storia personale del proponente, Beppe Fioroni, che proviene dalla Balena bianca. Ma la storia di Degasperi non è quella del cattocomunismo e sono memorabili pure i suoi conflitti con l’ala dossettiana. Arrivo a capire che il renzismo sia una specie di frullato – come mostra il turbinio del suo dire e agitarsi – di sinistra, dc, scoutismo e berlusconismo.

Ma dedicare una festa dell’Unità a Degasperi è un’offesa su quattro livelli. Alla verità della storia, innanzitutto. Alla vita, all’opera e al pensiero di Degasperi. Al popolo dei moderati, dei democristiani e degli anticomunisti. E se permettete, è un oltraggio all’ Unità stessa, fondata da Antonio Gramsci, al partito di Palmiro Togliatti, al popolo della sinistra e alla sua storia. Diamine, nel cinquantesimo anniversario della morte di Togliatti dedicare la festa dell’Unità, dico dell’Unità, ad Alcide Degasperi mi pare davvero uno sfregio e una perversa mistificazione. Vero è invece che da tempo tutti, ex fascisti ed ex missini inclusi, rivendicano l’eredità di Alcide e riconoscono che Degasperi è stato lo statista più grande della Repubblica italiana. Difficile contestarlo, soprattutto oggi che è il 60° anniversario della sua morte. Però fa un po’ senso vedere oltre la festa dell’Unità in suo onore anche una sua citazione aprire la mostra dedicata alla Prima guerra mondiale al Vittoriano a Roma.

Hanno sbagliato trentino, in tema d’irredentismo avrebbero potuto esordire con una citazione di Cesare Battisti, eroe della Prima guerra mondiale. In quel tempo, infatti, il trentino Degasperi era deputato nella Dieta austriaca, era schierato con l’impero asburgico, leale alla Corona e solo nel ’18, quando ormai fu chiaro l’esito, arrivò a sostenere l’autodeterminazione dei popoli. Fu avversario di Cesare Battisti e di Guglielmo Oberdan(o Oberdank, com’era per l’anagrafe austriaca). Degasperi poi sostenne col suo partito popolare il primo fascismo, nel ’27 maturò la sua opposizione e dopo il carcere fu salvato da un incarico in Vaticano. Da cattolico fu per Franco e per Dolfuss, il capo austriaco protetto da Mussolini contro Hitler e il suo progetto di annessione al Terzo Reich. Degasperi fu l’ultimo presidente del consiglio monarchico del dopoguerra e poi il primo premier repubblicano. D’altra parte anche i primi due capi dello Stato dell’Italia repubblicana, De Nicola ed Einaudi, erano filo-sabaudi.

Il tallone di Alcide resta comunque il caso Guareschi. Ricordo brevemente la vicenda, peraltro ben nota. Giovannino Guareschi aveva sostenuto nel ’48 la battaglia elettorale di Degasperi contro il fronte elettorale ed era stato decisivo con i suoi slogan anticomunisti e la sua campagna sul Candido . Ma nel ’54 pubblicò due lettere autografe di Degasperi che caldeggiavano bombardamenti angloamericani in Italia nel ’44, per spingere il popolo a insorgere contro il residuo fascismo. Le missive furono considerate false dal tribunale. Guareschi finì in carcere e vi restò più di un anno (dopo essere stato deportato nei lager tedeschi) per aver diffamato Degasperi; ma non fu mai fatta la perizia calligrafica alle sue lettere autografe. Guareschi era in buona fede. E da galantuomo che amava la verità oltre le vicende personali, Giovannino, alla morte di Degasperi, scrisse il suo elogio e disse che era un gigante rispetto agli altri.

Degasperi fu statista mitteleuropeo più che patriota, non ebbe l’Italia nel cuore ma il Trentino, l’Europa e l’Occidente sotto l’egida americana. Rappresentò in Italia, come scriveva allora l’ Unità filosovietica, il Partito americano. E fu garante della libertà, degli aiuti americani e dell’adesione atlantica. Sulla cosiddetta legge truffa che garantiva la governabilità con un premio di maggioranza, aveva ragione lui, come mostrarono i fragili governi della Prima repubblica, uno ogni nove mesi in media scarsi, meno di una gravidanza. Ma Alcide fu impallinato anche dai suoi.

Concluse la sua vita in amarezza. E tra polemiche, anche se ai suoi funerali ci andarono tutti (meno i missini, perché Degasperi si era opposto all’ipotesi sturziana e vaticana di un’alleanza Dc-destre). Ci volle il paragone col successivo mezzo secolo di mezze calzette per decretare la sua grandezza e tentare perfino l’appropriazione indebita.

marcello veneziani da ilgiornale.it

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