Marco Travaglio editoriale di domenica 21 dicembre 2014 Eroi un par di palle

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Allegria! Torna – lo annuncia Repubblica – il finanziamento pubblico ai partiti. Qualcuno dirà: perché, era mai andato via? No, ma l’anno scorso era passata una legge targata Letta che lo trasformava da diretto a indiretto: dal 2017 i partiti incasseranno più o meno gli stessi soldi di prima a carico nostro, ma sotto forma di sconti e agevolazioni al posto dei “rimborsi” a pioggia e a forfait. Solo che ora dovranno almeno rendicontare le spese elettorali, mentre prima si facevano rimborsare anche quelle inesistenti. E non ne vogliono sapere, anche perché per vent’anni si erano regalati un paio di miliardi camuffati da rimborsi per le campagne elettorali, mentre per i tre quarti erano finanziamenti alle loro elefantiache strutture, ma non potevano ammetterlo, salvo confessare la truffa per aggirare il referendum del 1993.

La scusa che i vari Sposetti (tesoriere dei Ds, che non esistono più, ma hanno ancora un tesoro e dunque un tesoriere), i forzisti Rossi e Abrignani (quello che brigava per trasferire da Rebibbia un camerata della banda romana), Paglia (Sel), Rampelli (FdI) & C. hanno escogitato è strepitosa. Il sempre vispo Gasparri la mette giù così: “Abbiamo votato una legge sbagliata che moltiplica i casi di corruzione”. Cioè: siccome i politici di Mafia Capitale erano a libro paga di imprese tipo la coop rosso-nera 29Giugno in cambio di appalti pubblici (a costi supergonfiati, si capisce, per accollare le tangenti a noi), è molto meglio che li prendano direttamente dalle casse dello Stato, cioè dalle nostre tasche. Invece di chiedere scusa in ginocchio per l’ennesima razzia e di votare subito un decreto che metta al riparo il denaro pubblico da certe grinfie, punisca severamente chi ci riprova e riduca all’osso i costi dei partiti, questi impuniti usano le proprie rapine per legalizzarne altre. E ci prendono anche in giro, facendo credere che le mazzette romane siano la conseguenza della legge del 2013, mentre sono state pagate e incassate ben prima che entrasse in vigore. Per arrotondare i “rimborsi”.   La verità è che i partiti hanno sempre rubato, a prescindere dal finanziamento pubblico: prima che venisse istituito, nel 1974, la corruzione esisteva già; è proseguita per vent’anni, integrandolo; è continuata imperterrita nell’ultimo ventennio, dopo il referendum del ‘93, con i finti “rimborsi elettorali”; e seguita a imperversare anche con la legge del 2013. Perché non nasce dai “costi della politica” o “della democrazia”, come raccontano le anime belle, ma dall’avidità e dalla ladroneria della classe dirigente più losca dell’Occidente. Cioè dal patto collusivo, criminale, mafioso fra politici e imprenditori. La differenza rispetto alla Prima Repubblica è che allora le imprese erano forti e queste facevano il bello e il brutto tempo; ma erano forti anche i partiti, che le lasciavano scorrazzare in cambio del pizzo, che in privato si chiamava tangente e in pubblico “primato della politica”. Oggi invece le imprese sono deboli, quasi tutte imputate e in stato comatoso, e i partiti ancor di più, infatti si accontentano di prendere ordini in cambio di qualche mancetta. Craxi, noto corrotto e concussore, non si sarebbe mai sognato di copiare un documento di Confindustria e trasformarlo in legge, come ha fatto Renzi col Jobs Act. Né si sarebbe azzardato a strusciarsi al maglioncino unticcio di Marchionne e a definire gli imprenditori “eroi del nostro tempo”. Le marchette agli industriali le faceva anche lui, ben remunerate peraltro, ma di nascosto: in pubblico non si sarebbe mai ridotto a tatuaggio dei padroni delle ferriere. Anche perché, a chiamare “eroi” gl’imprenditori più incapaci, rapaci e criminali del pianeta (non solo per le mazzette e le frodi fiscali, ma anche per i rapporti con mafiosi, Guerci e Spezzapollici, e per i disastri ambientali impunibili per legge), gli sarebbe venuto da ridere. Ci voleva giusto un premier di 39 anni, soidisant “rottamatore”, per abbattere l’ultimo muro di ipocrisia e fare le serenate al chiaro di luna a Squinzi. In fondo, come dice Davigo, la differenza fra i vecchi e i nuovi politici non è che abbiano smesso di rubare: ma solo di vergognarsi.

Da Il Fatto Quotidiano del 21/12/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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