Marco Travaglio editoriale di giovedì 27 novembre 2014 E so’ contento

vanity_fair_marco_travaglio1E so’ contento

Ne I mostri di Dino Risi, l’episodio più feroce è quello dei due pugili suonati: Enea Guarnacci (Ugo Tognazzi) piazza l’amico ex campione strabollito Artemio Antinori (Vittorio Gassman) a una riunione di boxe, dove la borsa di 200 mila lire è assicurata restando in piedi per tutto il primo round. Lo spaccia per “il nome giusto”, “il clou della serata”, uno che “mena ancora di brutto” come ai bei tempi del titolo italiano dei Massimi, e ne mima le virtù fisiche agli scettici impresari mulinando i pugni nell’aria. Poi convince l’amico sulla spiaggia di Ladispoli. Artemio, totalmente rintronato, lo riconosce a stento e ripete macchinalmente, lo sguardo perso nel vuoto: “So’ contento”, “me ricordo”, “vuoi magnà?”, “me fa piacere”. E l’altro: “Ma lo sai che ti trovo proprio in forma? Guardi ancora le donne eh? Io non so come fai, guardi le donne, non ti alleni e sei sempre il numero uno. Col fisico che c’hai, metti al tappeto chiunque quando vuoi! È più facile che organizzare una rapina!”. Sul ring, nella sfida ìmpari col giovane e nerboruto Bordignon, Enea sta all’angolo e tenta di salvare quel che resta di Artemio: “Stagli lontano! Scappa! Buttati per terra!”.

Il relitto umano viene finito a cazzotti e termina i suoi giorni sulla spiaggia in carrozzella a guardare gli aquiloni. “Porello – dice la moglie –, soffrì nun soffre: eccolo là, è diventato come un bambino”. Per trovare una scena altrettanto mesta bisognava essere martedì al Tempio di Adriano a Roma, dove Bruno Vespa aveva convinto il vecchio amico Silvio a presentargli l’ennesimo libro (e prima a pubblicarglielo per la Mondadori). Un libro autobiografico fin dal titolo: Italiani voltagabbana. Le condizioni psicofisiche di Artemio-Silvio erano tali che un vero amico avrebbe dovuto suggerirgli di lasciar perdere, di ritirarsi in buon ordine fra gli unici veri amici che abbia mai avuto: gli anziani ospiti dell’istituto “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone, condannati da mesi ai servizi sociali per assisterlo in espiazione di non si sa bene quale colpa o reato.   Invece niente. L’avido Enea, anzi Bruno, ha convinto l’attempato gagà (peraltro poco più anziano di lui) che la funerea presentazione, vieppiù funestata da Sorgi e Polito El Drito, sarebbe stata la sua Grande Rentrée. Infatti lo intervistava impietosamente come se il tempo si fosse fermato al secolo scorso. Gli chiedeva di alleanze, elezioni, riunificazioni del centrodestra per tornare a vincere, candidature a Palazzo Chigi e financo al Quirinale. E lui, pover’ometto, dismessi gli occhialoni da uveite alla Franco Bracardi, rispondeva parlandosi da vivo. “Sono pronto all’estremo sacrificio, a dare la vita per riportare la democrazia in Italia”. “Sarò candidato e anche innocente, mi metterò in campo come competitor, spiegherò agli italiani come fare”. “Salvini è un goleador, un fuoriclasse, siamo legati da affettuosa amicizia, mi ha chiesto di fare il vicepresidente del Milan, vorrà dire che farò il regista”. “Brunetta e Capezzone stanno lavorando a un progetto di flat tax”. “Nel mio partito mi considerano un eroe, un martire”. “Sarei il miglior presidente della Repubblica di sempre”. Lo sparuto pubblico, rinfoltito con figuranti raccattati per strada e sagome di cartone, faticava a scacciare il sonno, come nei vecchi teatri di avanspettacolo dove il guitto sfiatato fa la vecchia gag di repertorio per rimediare l’ultimo mezzo applauso. Una scena che strappava il cuore. Nessuno in sala che si alzasse a dire pietosamente al pugile suonato: “Stagli lontano! Scappa! Buttati per terra!”. Anzi. La Stampa vede in lui “il piglio del condottiero”. Stefano Folli, su Repubblica, s’interroga pensoso sulla sottile “strategia”, anzi sul “bandolo della matassa”. Il suo Giornale lo trova molto “agguerrito”. Il suo Giuliano Ferrara, come l’Enea dei Mostri, titola: “Al solito il Cav giganteggia”, “fa, disfa, dice, contraddice”, insomma è sempre “tonico, intelligente e anche furbo”, “non poteva dire e fare meglio”. Direbbe il Guarnacci: è “il nome giusto”, “il clou della serata”, “mena ancora di brutto”. E par di sentirlo, il povero Artemio-Silvio in carrozzella: “Me ricordo. Vuoi magnà? Me fa piacere. E so’ contento”.

Da Il Fatto Quotidiano del 27/11/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

I commenti sono chiusi.