Marco Travaglio editoriale di mercoledì 8 ottobre 2014 Quante deviazioni hai

vanity_fair_marco_travaglioQuante deviazioni hai
scarpinatoCasomai occorressero altre conferme alla trattativa Stato-mafia e non bastassero le minacce anonime giunte per lettera in Procura contro i pm che sostengono l’accusa al processo e le condanne a morte pronunciate da Salvatore Riina nel carcere di Opera contro Nino Di Matteo, ecco gli avvertimenti istituzionali al Pg Roberto Scarpinato. “Puzzano di apparati dello Stato”, ha detto quest’ultimo in commissione Antimafia. Non sono i mafiosi, in questo momento, ad avercela con lui: l’unica attività che può esporlo a minacce è il ruolo attivo e insolito per un Procuratore generale che Scarpinato s’è assunto: quello di rappresentante dell’accusa al processo d’appello per la mancata cattura di Provenzano, che vede imputati uomini dello Stato. E cioè due ex alti ufficiali del Ros: il generale Mori (ora finalmente in pensione) e il colonnello Obinu (ora all’Aisi, ex Sisde) per favoreggiamento a Cosa Nostra. La decisione di seguire personalmente il processo, riaprendo le indagini e depositando nuove carte (in parte frutto del suo lavoro, in parte ereditate dal Pool Trattativa di Di Matteo&C. che aveva seguìto il processo in primo grado, concluso con l’assoluzione perché “il fatto non costituisce reato” per mancanza di dolo), ha molto irritato “qualcuno”. Non sul fronte mafia, stavolta, ma sul fronte Stato. Del resto i messaggi ricevuti nell’ultimo mese, subito dopo le sue visite all’Aisi per acquisire carte sull’attività del servizio segreto civile nelle carceri e sui soldi regalati al boss pentito Sergio Flamia, considerato un depistatore prezzolato, sono tipici dei cosiddetti “servizi deviati”.

Anche se non si capisce bene deviati rispetto a chi e a cosa, ed è sempre vivo il sospetto che deviati siano quei magistrati che si ostinano a indagare sui misteri retrostanti le stragi e la trattativa, mettendo a rischio la tenuta di quest’ultima.   Ai primi di settembre qualcuno che conosce a perfezione i quattro ingressi che portano all’ufficio di Scarpinato ne imbocca uno privo di telecamere di sicurezza e lascia sulla sua scrivania una lettera piena di citazioni latine, di sfoggi di erudizione letteraria, di riferimenti a conversazioni che Scarpinato ha avuto negli ultimi giorni con pochissimi colleghi e investigatori, di dettagli sulla sua vita professionale e addirittura sulle sue abitazioni in città e al mare, seguiti da minacce raffinatissime: stai attento, possiamo raggiungerti ovunque, stai esorbitando dai tuoi compiti, rientra nei ranghi prima che sia troppo tardi, noi non vorremmo, ma stavolta non facciamo eroi… Il 22 o il 23 settembre “qualcuno” scrive “Accura” (stai attento) con una biro dalla punta di gomma sulla porta di fronte all’ufficio del Pg. Si pensa che abbia commesso un errore, perché il corridoio è sorvegliato da sei telecamere che conservano in memoria le immagini fino a 12-15 giorni. Ma quando i pm di Caltanissetta acquisiscono i filmati, mancano già 7 giorni; e quando azionano l’apparecchio per visionarli, scoprono che sull’ hard disk ne è rimasto memorizzato solo uno. Due guasti tecnici consecutivi sono troppi anche per i professionisti della normalità e delle carte a posto. L’impianto è stato probabilmente manomesso, se non due volte almeno una, da “qualcuno”. Che non è un mafioso, ma un habitué del Palazzo di giustizia. L’inchiesta nissena è aperta per minacce e intrusione informatica, e senza l’aggravante mafiosa: la mafia non c’entra, c’entra lo Stato. Lo Stato parallelo. Che s’è rimesso a parlare con messaggi criptati, comprensibili solo da chi possiede il cifrario per decodificarli.   Questa si chiama “strategia della tensione”. E serve a seminare paura, ma anche sospetti e zizzania a Palazzo, in un clima da tutti contro tutti. Giornali e tg intanto parlano di Juve-Roma e altre cazzate, e i politici si dividono fra l’arbitro Rocchi e il duo Violante-Caramazza. E il Csm e il suo capo, anziché nominare subito il nuovo procuratore di Palermo e precipitarsi in città a dire da che parte sta lo Stato solidarizzando con le toghe in pericolo, pendono dalle labbra e dai ricorsi al Tar di tal Teresa Bene, ineleggibile, dunque eletta, quindi decaduta. Oggi come 22 anni fa, mafia e Stato marciano divisi per colpire uniti. E viceversa. Perfetto gioco di squadra fra due vecchi compari.

Da Il Fatto Quotidiano del 08/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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