Marco Travaglio editoriale di sabato 1 novembre 2014 Carta canta (e stona)

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TrattativaAveva ragione Napolitano a pretendere una rapida trascrizione della sua testimonianza sulla trattativa Stato-mafia. Dalle sue parole testuali, infatti, la consapevolezza del ricatto mafioso sul 41-bis subito avuta non genericamente dallo Stato, ma specificamente dal governo Ciampi (con Mancino agli Interni e Conso alla Giustizia) emerge con una perentorietà che era sfuggita persino all’immediata percezione dei pm. Dice il presidente: “La valutazione comune alle autorità istituzionali in generale e di governo in particolare fu che si trattava di nuovi sussulti di una strategia stragista dell’ala più aggressiva della mafia – si parlava allora in modo particolare dei corleonesi – e in realtà quegli attentati, che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via, si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante, per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut: perché questi aut aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del Paese… Quindi c’era molta vigilanza, sensibilità e consapevolezza della gravità di questi fatti”.

Poi, a domanda del pm Di Matteo, precisa ancor meglio: “Ricatto o addirittura pressione a scopo destabilizzante di tutto il sistema… probabilmente presumendo che ci fossero reazioni di sbandamento delle autorità dello Stato… Lo ricordo benissimo. Poteva considerarsi un classico ingrediente di colpo di Stato anche del tipo verificatosi in altri paesi lontani dal nostro, questo tentativo di isolare diciamo il cervello operante delle forze dello Stato, blocchiamo il governo, il capo del governo, l’edificio in cui vengono prese le decisioni del governo, dopo di che possono rimanere senza guida le forze di polizia, le forze dell’ordine e questo certamente è ciò che aveva in modo particolare impressionato Ciampi e che l’aveva indotto a parlare di qualcosa che poteva essere assimilato a un tentativo o un vago progetto di colpo di Stato… Il fulcro della responsabilità era senz’alcun dubbio il governo e non a caso il black out l’avevano fatto i presunti eversori a Palazzo Chigi, non a Montecitorio né a Palazzo Madama… Il bersaglio, e di conseguenza la sede delle decisioni da prendere era Palazzo Chigi, era il governo”.   Come se ciò non bastasse, il 10 agosto la Dia e l’11 settembre lo Sco avvertirono il governo, tramite Mancino, e il Parlamento, attraverso il presidente dell’Antimafia Violante, che “l’eventuale revoca, anche solo parziale dei decreti che dispongono il 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalle bombe”; e che Cosa Nostra puntava a una “trattativa” per allentare il 41-bis. Com’è possibile che il governo Ciampi, con tutto l’“allarme” e la “vigilanza”, non abbia deciso una linea comune per smentire le aspettative mafiose su “reazioni di sbandamento” e confermare i 41-bis, anzi abbia lasciato che Conso li revocasse a 334 mafiosi?

E come può Conso dire che fece “tutto da solo”? E Mancino ripetere che lui, il ministro dell’Interno, non ne seppe nulla?   Napolitano racconta poi il progetto di attentato ai suoi danni svelato dal Sismi nell’agosto ’93: “Fui informato, senza vedere carte, senza sapere di note del Sismi o di chicchessia, che c’erano voci, erano state raccolte da confidenti notizie circa un possibile attentato alla mia persona o a quella del Senatore Spadolini… Avrebbe dovuto esserci prima un attentato stragista con il maggior numero possibile di vittime e a seguire si sarebbe dovuto colpire un rappresentante delle istituzioni politiche… Il 24 agosto io fui richiesto di un colloquio dal capo della Polizia, prefetto Parisi, il quale molto gentilmente mi informò che c’era questa notizia… Sono contento se questa informazione che effettivamente è del tutto nuova e personale possa essere di qualche interesse per la Corte e per le parti”. Poi precisa: “Ebbi questa comunicazione dal capo nella Polizia e non avevo dubbi che la facesse… a nome del ministero dell’Interno… che in quel momento era Mancino, ma certamente sapeva benissimo… o aveva addirittura autorizzato lui Parisi a venire da me per parlarmene”. E allora perché Napolitano non ne aveva mai parlato prima, sapendo che su quel ricatto i pm di Palermo indagano da anni? E perché l’ha taciuto persino Mancino, che pure è stato sentito più volte dai pm nelle inchieste sulle stragi e la trattativa? Silenzio di tomba, finché i pm di Palermo, a metà ottobre del 2014, hanno scoperto la nota del Sismi in un fascicolo archiviato a Firenze.   La trascrizione rivela altri particolari finora sconosciuti. Per esempio, non è completamente vero che Napolitano – come recita il comunicato ufficiale del Quirinale di martedì   – non invochi mai le sue prerogative di riservatezza, di molto ampliate dalla sentenza della Consulta n.1/2013. Anzi, le fa sapientemente balenare più volte, e se non oppone il segreto presidenziale a certe domande imbarazzanti è solo perché provvede il presidente della Corte a dichiararle inammissibili, anticipandolo.   Per gli studiosi del costume, svettano poi come imperituri reperti d’epoca le genuflessioni e i salamelecchi da satrapia orientale di alcuni avvocati. Basilio Milio dichiara fantozzianamente: “Il rispetto istituzionale del Presidente della Repubblica e della persona del Capo dello Stato induce la difesa del generale Mori e del generale Subranni a non porre alcuna domanda al Presidente”. Sarebbe lesa maestà, forse vilipendio. Com’è umano, lei. Il legale di De Donno, Antonio Romito, umilmente s’associa. Nicoletta Piergentili, codifensore di Mancino, va anche oltre: “Le esprimo anzitutto la mia emozione nello svolgere il mio mandato qui davanti alla sua persona e a questi splendidi arazzi, Presidente”. Manco li avesse dipinti lui. Slurp.   Infine c’è una bizzarra lezione di diritto del presidente della Repubblica all’avvocato Luca Cianferoni, legale di Riina. Nel tentativo di giustificare le ingiustificabili pressioni sue e di D’Ambrosio per darla vinta a Mancino e scippare il processo ai pm di Palermo, Napolitano spiega che la loro unica preoccupazione era il “coordinamento” fra le Procure di Palermo e Caltanissetta. E cita un precedente storico – quello della perquisizione dei pm di Salerno negli uffici giudiziari di Catanzaro sul caso De Magistris nel dicembre 2008 – che c’entra come i cavoli a merenda: “Vede, sui contrasti tra Autorità Giudiziarie il dottor D’Ambrosio interveniva con suoi consigli presso di me, perché trovava, indipendentemente adesso dalle indagini portate avanti da più Procure sulle stragi e così via, anche in altra precedente occasione, su altra materia, ci si era trovati di fronte – io dico ci si era perché come Presidente del Csm non potevo ignorare la cosa – a un contrasto aperto, non so se lei ricorderà i titoli dei giornali ‘guerra tra Procure’… con riferimento ai rapporti tra la Procura di Catanzaro, se ben ricordo, e la Procura di Salerno. E di fronte a questi contrasti, invocava appunto il principio del coordinamento”. Peccato che la Procura di Salerno indagasse su magistrati della Procura di Catanzaro. Se ne deduce che, per il capo dello Stato, l’inquirente deve coordinarsi con l’indagato. Sarà mica la prossima riforma della giustizia?

Da Il Fatto Quotidiano del 01/11/2014. marco travaglio triskel182.wordpress.com

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