Marco Travaglio editoriale di sabato 20 dicembre 2014 Pri-ma-rie-pri-ma-rie!

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Ci risiamo. Venti mesi dopo la tonnara che immolò nel sangue Marini e Prodi, tutto è pronto per la nuova mattanza del Quirinale. Durerà almeno due o tre mesi. Prima bisogna attendere le dimissioni di Napolitano che lui – spiritoso – definisce “imminenti”, ma senza indicare una data: gli aruspici di Palazzo la collocano fra il 14 e il 21 gennaio, dopo la fine dell’inutile semestre Ue a guida italiana, senza però escludere il giorno 31 per non destabilizzare – si sostiene con notevole sense of humour – vieppiù l’Europa già terremotata dalle elezioni in Grecia (i nostri “osservatori” sono talmente rincoglioniti da pensare sul serio che un intero continente non riesca a prender sonno al pensiero del cambio della guardia al Quirinale).

Poi c’è il “mese bianco” con la “supplenza” dell’autoreggente Piero Grasso, per accompagnarci serenamente all’appuntamento. Infine verso metà o fine febbraio partirà la rumba degli scrutini a Camere riunite, alla ricerca di un candidato che raccolga la maggioranza. Sempreché, s’intende, l’aggettivo “imminente” usato dal sovrano non significhi “fra qualche mese”, o magari “a patto che il Parlamento voti legge elettorale e riforma costituzionale”. Nel qual caso la traduzione esatta sarebbe “fra qualche anno” e King George potrebbe serenamente completare il suo secondo settennato nel 2020. La situazione, insomma, è tragica ma non seria: roba da repubblichetta delle banane o da suk levantino, anche se nessuno osa dirlo. Un intero Paese, con tutti i suoi problemi, è appeso ai capricci di un anziano e bizzoso signore che l’anno scorso si fece rieleggere ben sapendo di non poter concludere il mandato e per giunta a condizione che i partiti facessero in pochi mesi ciò che non avevano fatto in vent’anni: infatti non han fatto nulla e lui ora vorrebbe che lo facessero in pochi giorni, per non doversene andare con una dichiarazione di totale fallimento. La pochade condiziona l’elezione del successore, che lui vorrebbe uguale a se stesso, e stravolge i criteri che il Parlamento dovrebbe seguire per scegliere la figura migliore: un uomo di legge, super partes, che recuperi la funzione costituzionale di supremo garante smarrita da nove anni.   L’altroieri la signorina Boschi farfugliava di un “accordo con Forza Italia su Italicum e Quirinale”. Bella prospettiva, che ci ripiomberebbe nell’incubo dell’aprile 2013, quando Bersani non trovò di meglio che incontrare furtivamente B. e Verdini dopo il tramonto, in un ufficetto di Montecitorio, per sottoporre loro una rosa di nomi impresentabili, da cui i due galantuomini estrassero Marini. Nella certezza che non sarebbe passato e si sarebbe dunque rieletto, previo massacro di Prodi, il loro vero candidato: Napolitano. Intanto i 5Stelle facevano la miglior cosa della loro breve avventura parlamentare: interpellavano gli iscritti, i quali indicavano personalità di grande spessore morale e di provata indipendenza come Gabanelli, Strada, Rodotà, Zagrebelsky. La rinuncia dei primi due portava alla scelta del terzo, che la base del Pd mostrava di gradire a tal punto che, incaprettato Prodi, decine di sedi venivano occupate da dirigenti locali ed elettori inneggianti a Ro-do-tà-Ro-do-tà. Se i vertici li avessero ascoltati, anziché ripiegare sulla riesumazione dell’Ancien Régime, oggi avremmo un presidente garante per sette anni, forse anche un governo di vero cambiamento e una legge elettorale decente, senza le vergogne dell’ultimo anno e mezzo. Ora, per evitare la tonnara-bis, la domanda a Renzi è molto semplice: perché la rosa dei candidati non la fa scegliere agli iscritti? Gli elenchi li ha: per escludere quelli finti, basta comunicare un indirizzo email a cui i tesserati possono iscriversi alle primarie consultive per il Quirinale. Chi risulterà in regola potrà esprimere la sua preferenza per il Colle. Alla fine i dieci nomi più votati verranno proposti alle altre forze politiche (in ordine di voti presi alle elezioni, dal M5S a FI a tutti gli altri). Cosa c’è che non va, presidente Renzi, in questo metodo? E che c’è di “democratico” in un partito che decide il capo dello Stato fra il lusco e il brusco con un pregiudicato e un plurimputato?

Da Il Fatto Quotidiano del 20/12/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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