Marco Travaglio editoriale di venerdì 3 ottobre 2014 Cara Mazza

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Dieci anni fa suscitò molte polemiche la proposta del ministro della Giustizia Roberto Castelli di sostituire, nei tribunali, la scritta “La legge è uguale per tutti” con un’altra, sempre tratta dalla Costituzione, ma di cui il Guardagingilli leghista equivocava il significato: “La giustizia è amministrata in nome del popolo”. In realtà, senza volerlo, l’Ingegner Ministro – come lo chiamava Borrelli – aveva ragione: dopo vent’anni di “riforme della giustizia”, quando uno legge in tribunale “La legge è uguale per tutti”, rischia l’attacco di ridarella e il soffocamento. Ma la formula giusta non è “La giustizia è amministrata in nome del popolo”, bensì “in nome del Re”. Inteso come Giorgio I e II di Borbone, che fa il bello e il cattivo tempo. Ha persino ottenuto, senza muovere un dito, la condanna di De Magistris per abuso d’ufficio e la sua fulminea sospensione da sindaco (7 giorni per una pena di 15 mesi in primo grado, contro i 4 mesi di Berlusconi per una pena di 4 anni in Cassazione per frode fiscale), dopo che il Csm presieduto da Lui e vicepresieduto da Mancino trasferì prima De Magistris, poi la Forleo che l’aveva difeso, poi i pm salernitani Apicella, Nuzzi e Verasani che indagavano sull’insabbiamento delle inchieste a Catanzaro. En plein, missione compiuta.

Purtroppo però alcuni villaggi di Asterix si ostinano a resistere alla monarchia assoluta. Tipo il Parlamento e alcuni magistrati di Palermo. Le Camere seguitano a rifiutarsi di eleggere i giudici costituzionali cari a Napolitano e ai sottostanti Renzi & Berlusconi. Quindici fumate nere sul participio presente Luciano Violante e sul participio passato Indagato Bruno. Poi un voto a vuoto a colpi di schede bianche. E ieri l’affossamento della nuova coppia Violante-Caramazza. Francesco Caramazza, chi era costui? L’ex presidente dell’Avvocatura dello Stato che due anni fa si prestò a firmare l’avvilente conflitto di attribuzioni scatenato da Sua Altezza contro la Procura di Palermo, rea di aver osato ascoltare quattro telefonate fra il Monarca e Mancino sul telefono intercettato di quest’ultimo. “Le intercettazioni delle conversazioni cui partecipa il presidente della Repubblica”, scrisse il Caramazza riuscendo a restare serio, “ancorché indirette e occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate”. Primo caso al mondo di un divieto applicato a un evento occasionale, cioè involontario e casuale. Come dire: è rigorosamente vietato ai vasi di fiori precipitare dai balconi sul capo dei passanti. Siccome però il talento va premiato, ora bisogna spedire il Caramazza alla Consulta. Sventuratamente anche il candidato del Colle targato FI, come pure quello targato Pd (Violante, fra l’altro sprovvisto dei requisiti prescritti dalla Costituzione), è stato sonoramente trombato: fumata nera numero 17. Già l’idea che i giudici di nomina parlamentare li scelga il Quirinale è curiosa. Quella poi che si debba continuare a votarli a oltranza, finché non passano per sfinimento, è addirittura comica. Specie nel Paese dove nel 2013 bastarono 4 voti a vuoto per bruciare Marini e Prodi, rinunciare a eleggere un nuovo presidente della Repubblica e riesumare quello vecchio. Poi c’è la grana dei giudici di Palermo, che han fissato per il 28 ottobre l’audizione di Napolitano come testimone sulla trattativa Stato-mafia. Allarme rosso per le domande che gli porranno, ma soprattutto per le risposte che S.A.R. darà o non darà. E pure per la richiesta, assolutamente legittima e prevista dalla legge, di alcuni imputati come Riina, Bagarella e Ciancimino jr. di assistere in teleconferenza. Cioè: se lo Stato manda i carabinieri a trattare con Ciancimino, Riina e Provenzano, va tutto bene: ma se Riina e il figlio di Ciancimino entrano al Quirinale anche solo da un teleschermo, scatta la mobilitazione generale e i corazzieri preparano i cavalli di frisia e i sacchi di sabbia alle finestre. Mancino invece non ci sarà: ma potrà sempre telefonare. Si attende con ansia un nuovo conflitto alla Consulta, o in subordine una riforma della giustizia, che ordini di dare immediatamente alle fiamme il verbale di Sua Maestà; o, in subordine, di bruciare direttamente i magistrati.

Da Il Fatto Quotidiano del 03/10/2014. marco travaglio via triskel182.wordpress.com

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