Marco Travaglio editoriali di giovedì e venerdì 11 e 12 dicembre 2014

vanity_fair_marco_travaglio1Tutti a Rebibbia il sabato sera

VIGNETTA-ROMA-MAFIAI politici democristiani si erano conosciuti e formati alla Fuci, da studenti universitari sotto il fascismo. Moro, Fanfani, Andreotti. Quest’ultimo incontrò De Gasperi, più anziano, alla biblioteca vaticana e ne divenne il delfino. Poi tutto un fiorire di simposi fra conventi di suore (celebre quello di Santa Dorotea, che battezzò l’omonima corrente) e località diuretico-termali (Fiuggi, Chianciano, San Pellegrino, Telese). La scuola quadri del Pci invece sorgeva nel villone delle Frattocchie, ai Castelli Romani. Altri tempi, roba da politichese AncienRégime. Da vent’anni si bada più al sodo. Come diceva Grillo quando faceva solo il comico, “nella Prima Repubblica prendevi un politico e te lo ritrovavi delinquente; nella Seconda prendi un delinquente e te lo ritrovi politico”.

Ora, per esempio, scopriamo che la classe dirigente che spadroneggia a Roma da qualche giunta a questa parte si era formata in una scuola quadri ben più efficace: la casa circondariale di Rebibbia. Lì nell’autunno 1982, per una prodigiosa congiunzione astrale, si trovarono a convivere Gianni Alemanno, Massimo Carminati, Andrea Munno, Peppe Dimitri e Salvatore Buzzi. Alemanno era dentro per una molotov contro l’ambasciata Urss. Carminati per le sue gesta nei Nar, appena sguerciato all’occhio sinistro dalla pallottola di un carabiniere. Dimitri e Munno pure per le loro imprese nei Nar. Tre amici al Nar. Buzzi invece aveva assassinato con 34 coltellate un collega bancario, suo complice in una truffa a base di assegni falsi, che lo ricattava. Alemanno, Dimitri e Buzzi dividevano la stessa cella. Gli altri due li incontravano nell’ora d’aria. E fu subito scintilla, amore a prima vista. Chissà le conversazioni, i dibattiti, i progetti per il futuro. C’è chi, per reinserirsi nella società, intreccia cestini di vimini. E chi, più modernamente, si dà alla politica. Altro che America: è l’Italia il paese delle opportunità e la galera non è certo un ostacolo: anzi, fa curriculum. Siccome il primo arresto non si scorda mai, quando Alemanno diventa deputato di An e poi ministro dell’Agricoltura, si ricorda del camerata Dimitri e gli affida una consulenza.

Buzzi invece si butta a sinistra, Pci-Pds-Ds-Pd, con la coop rossa 29 Giugno: “opera nel sociale”. Si laurea in Lettere, simbolo del riscatto dei detenuti che ce l’han fatta. Organizza convegni molto garantisti sugli orrori del carcere e la bellezza delle “Misure alternative alla detenzione e il ruolo della comunità esterna” alla presenza di Cossiga, Vassalli, Martinazzoli, Ingrao. Alemanno intanto diventa sindaco, ma non è tipo da discriminare i rossi, anzi è di larghe vedute: appalti su appalti al compagno (di cella), che per non saper né leggere né scrivere ha infilato pure Er Cecato fra i soci. Munno invece fa l’imprenditore, infatti torna in galera nel ’94, ma non più come nell’82 per una misera aggressione: stavolta per usura, truffa e ricettazione di dollari falsi. In un paese giustizialista avrebbe chiuso lì. Ma l’Italia è garantista ed ecumenica: ecco dunque la sua EdilHouse80 fare man bassa di appalti ai Punti Verdi del Campidoglio, grazie anche alla consulenza dell’ex responsabile Ambiente di Veltroni. Lui è di nuovo indagato: fatture gonfiate e corruzione dei poliziotti che dovrebbero sorvegliarlo ai servizi sociali. Un carrierone. Mafia Capitale invece gli manca, diversamente che agli altri tre (Dimitri è morto nel 2001): Alemanno è inquisito per mafia a piede libero. Buzzi il Rosso e Carminati il Nero invece son tornati dentro: non più a Rebibbia, stavolta a Regina Coeli. Chissà gli allegri conversari sul piccolo mondo antico di mezzo che non c’è più: fra qualche mese, se tutto va bene, mettono su un’altra scuola quadri nell’ora d’aria. Lezioni di furto con scasso, spezzamento di ossa, scrocchia-mento di pollici, materie così. Fuori intanto Napolitano dice che gli eversori non sono i ladri e i mafiosi, ma gli antipolitici. Il commissario Orfini annuncia “lezioni di legalità” per rieducare i compagni che rubano: basta spiegargli il settimo comandamento e vedi che smettono, prima mica lo sapevano che non sta bene rubare. E tutti si stupiscono: chi l’avrebbe mai detto. Al confronto, Er Cecato ci vede da dio.

Da Il Fatto Quotidiano del 12/12/2014.

Consigli non richiesti

MannelliI 5Stelle pubblicano una divertente (si fa per dire) cronologia di tutte le volte in cui Renzi ha stoppato le norme anti-corruzione in Parlamento. Il 13 maggio il M5S fa votare dal Senato la discussione urgente delle sue proposte, che prevedono pene più alte e prescrizione più lunga. Il 27 maggio Grasso dichiara in aula che l’esame delle varie proposte di legge sul tema inizierà il 10 giugno. Ma a quel punto il premier, per salvare il Nazareno, annuncia che ci penserà il governo con un decreto, e le mazzette passano in cavalleria dinanzi alla decisiva urgenza di sfasciare la Costituzione. Il 12 giugno e il 7 agosto i pentastellati incontrano il ministro Orlando per chiedere di discutere subito le norme pronte in Parlamento. Nisba. Per mesi il fronte Pd-Lega-Ncd-FI vota no (con la sola eccezione dell’isolatissimo capogruppo pd in commissione Giustizia, Felice Casson). Tutto vero. Com’è vero che solo quand’è saltato il cupolone di Mafia Capitale il premier s’è deciso ad annunciare (per oggi, forse) il ddl anti-corruzione.

Ma l’emergenza è talmente drammatica che bisogna cogliere l’attimo e seguire Mao: “Non m’importa se il gatto è nero o bianco, purché acchiappi i topi”. Renzi va preso in parola e, se quello che uscirà oggi dal Cdm sarà un buon testo e servirà davvero ad aumentare le pene e ad allungare la prescrizione, va votato subito. Poi però bisogna insistere: l’inquinamento dei partiti e della pubblica amministrazione è così tentacolare e antieconomico che occorre ben altro, subito dopo.   1) Uno degli scandali emersi dalla fogna romana è quello delle municipalizzate: in Italia le società pubbliche o miste sono 7800 (e in continuo aumento), con 19mila consiglieri di amministrazione e 300mila addetti; per un terzo hanno i bilanci in rosso e ci costano 15 miliardi l’anno. Oltre a disboscare il carrozzone riducendo sigle e posti inutili, è troppo chiedere che gli amministratori vengano scelti per merito e curriculum, con concorsi nazionali a evidenza pubblica, e non fra i soliti compari dei politici? 2) Un’altra cloaca è quella delle fondazioni: ogni leader o leaderino ne ha una. Raccolgono soldi da chicchessia e, quando si chiede di conoscere i finanziatori, la risposta è “no, c’è la privacy”. La stessa risposta che riceviamo da giorni alla domanda su chi ha partecipato alle cene pro Pd organizzate da Renzi (compresa quella romana con Buzzi & C.) e quanto ha versato. Ogni euro che va a politici o a partiti, direttamente o tramite fondazioni e altri marchingegni , dev’essere tracciabile e cristallino: se davvero la legge sulla privacy lo vieta, la si cambi e si dia trasparenza a questi buchi neri chiamati fondazioni. Può capitare di ricevere soldi da qualcuno che poi si scopre un delinquente: nel qual caso bisogna saperlo e restituire il maltolto. 3) Anche a questo dovrebbe servire la legge sul conflitto d’interessi, attesa da 20 anni: a impedire che chi lavora per la pubblica amministrazione finanzi politici che poi, una volta eletti, si sdebiteranno con appalti, incarichi e consulenze. Questi non sono finanziamenti privati, sono tangenti preventive. 4) Raddoppiare le pene di tutti i reati dei colletti bianchi, compreso l’illecito finanziamento ai partiti (e ripristinando finalmente il falso in bilancio), è essenziale per consentire le intercettazioni e la custodia cautelare, oggi precluse quando la pena è fino a 3 anni. 5) La corruzione privata, istituita dalla legge Severino con sanzioni ridicole (niente intercettazioni e custodia cautelare, prescrizione assicurata), va equiparata a quella pubblica, sia per le pene, sia per la procedibilità d’ufficio (e non a querela): altrimenti la fanno sostanzialmente franca tutti i trafficoni delle società municipalizzate e partecipate dallo Stato che, avendo la forma giuridica di Spa, non ricadono nella corruzione pubblica. Tutto ciò, si capisce, se si vuol fare sul serio contro la corruzione. Se invece si pensa, come il presidente della Repubblica, che la “patologia eversiva” che si mangia il Paese e corrode la democrazia sia l’“antipolitica”, cioè la critica radicale a questo sistema marcio, si lasci tutto com’è. E si prepari a pie’ fermo il terzo mandato di Giorgio Napolitano.

Da Il Fatto Quotidiano del 11/12/2014. Marco Travaglio via triskel182.wordpress.com

 

I commenti sono chiusi.