Marco Travaglio editorilae di domenica 2 novembre Patrie Balere

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Nessuna pietàAnche questa settimana le vicende giudiziarie hanno dominato le prime pagine dei giornali. L’audizione di Napolitano al processo Stato-mafia. La condanna in primo grado di Mussari & C. per il caso Montepaschi. L’eterno scandalo Expo, con ‘ndranghetisti arrestati e politici e faccendieri che patteggiano per gli appalti truccati. L’assoluzione in appello di tutti gl’imputati per la morte di Stefano Cucchi e quella in primo grado di Vito Gamberale nel processo Sea. Il pronunciamento del Consiglio giudiziario di Milano contro la cacciata di Robledo da parte del suo capo Bruti Liberati. La revoca della sospensione di De Magistris da sindaco di Napoli disposta dal Tar Campania col rinvio della legge Severino alla Consulta. La prescrizione in appello dell’accusa di finanziamento illecito per Scajola e la sua casa comprata a sua insaputa. Tremonti indagato per corruzione da Finmeccanica. Dolce e Gabbana assolti in Cassazione dopo la condanna in appello per evasione fiscale. Minzolini condannato in appello per spese private in conto alla Rai. Le richieste di rinvio a giudizio per 64 consiglieri regionali lombardi sui rimborsi pazzi. Gli stessi rimborsi che, insieme a un’inchiesta sulle firme false per Chiamparino, minano la nuova giunta del Piemonte. Il rinvio a giudizio delle agenzie di rating S&P e Fitch per l’Italia declassata su dati manipolati. L’attesa per la sentenza d’appello a L’Aquila sui membri della commissione Grandi Rischi condannati in primo grado per le previsioni farlocche sul terremoto del 2009.

Ciascun processo fa storia a sé, ma il dato comune è il dilagare dell’ingiustizia e dell’illegalità fra le classi dirigenti, con la conseguente sete di giustizia e di legalità che sale dalle vittime e finisce per scaricare sui tribunali aspettative esagerate. Soprattutto se poi i processi li racconta il primo che capita, totalmente digiuno di diritto o financo in malafede. Il giudice non è un professionista qualsiasi e la sua funzione non è paragonabile a nessun’altra. Il medico, l’architetto, l’ingegnere, il giornalista, il manager, l’amministratore se fa bene il suo mestiere viene elogiato, se lo fa male viene criticato e magari denunciato. Il giudice, così come il pm (infatti è bene che restino entrambi nell’unico ordine giudiziario), scontenta sempre qualcuno. Nel penale, se condanna, si guadagna il plauso della parte civile, cioè della vittima del reato, ma anche la maledizione dell’imputato; se assolve, viceversa. Nel civile, se dà ragione al denunciante, è odiato dal denunciato; e viceversa. Oltretutto chi “vince” un processo non pensa che sia perché il giudice ha fatto bene il suo lavoro, ma perché aveva ragione lui; invece chi perde non pensa che sia lui ad avere torto, ma il giudice. Per questo occorre massima cautela sulla responsabilità civile del magistrato: che, certo, va punito quando sbaglia, ma purché sia ben chiaro che cos’è l’errore giudiziario. Non è una decisione diversa da quella del giudice successivo: le indagini aperte e poi archiviate, o le differenti valutazioni dei giudici sullo stesso caso sono naturali in un sistema che prevede cinque fasi e tre gradi di giudizio. L’errore giudiziario è un provvedimento sbagliato in sé, tipo scambio di persona, ignoranza della legge, dimenticanza dolosa o colposa di prove macroscopiche (a carico o a discarico).   La legge Severino è scritta coi piedi e crea disparità di trattamento fra amministratori locali e parlamentari: i primi se ne devono andare per qualunque condanna, anche minima, anche in primo grado (giusto); i parlamentari solo se la condanna è definitiva e supera i due anni (sbagliato). È colpa del Tar, di De Magistris o di chi l’ha scritta, se puzza d’incostituzionalità lontano un miglio? Poi ci sono i processi penali, che spesso hanno esiti diversi in fase d’indagine, udienza preliminare, tribunale, appello e Cassazione. È uno scandalo? No, è la fisiologia di un sistema patologico, infatti unico al mondo.

In ogni caso, anche abolendo l’appello (non ha senso che gli stessi fatti vengano esaminati due volte in nome del popolo italiano, come se esistessero due popoli italiani), i verdetti difformi resterebbero all’ordine del giorno. Se il processo giusto fosse quello dove tutti i giudici di ogni fase e grado danno ragione al pm, tanto varrebbe abolirli. Ciò che sfugge ai giuristi per caso che disinformano la gente è che nei processi ci vogliono prove schiaccianti e testimoni sinceri. Siccome chi delinque di solito lo fa di nascosto e inquina le prove, i falsi testimoni rischiano poco o nulla, e spesso i pezzi dello Stato depistano, il processo è quasi sempre indiziario e alla fine il giudice deve scegliere fra il bicchiere mezzo pieno e il bicchiere mezzo vuoto. Se opta per il secondo, non dice che il delitto non c’è stato o non l’ha commesso nessuno. Dice che il delitto c’è stato, ma non ci sono elementi sufficienti per affermare che l’abbiano commesso gli imputati. Vero? Falso? Ah saperlo. Di solito lo si scopre dalle motivazioni, sempreché qualcuno le legga. Nella scelta fra bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto è decisiva la soggettività del giudice che, proprio per questo, dovrebbe essere sereno: libero di decidere “sine spe ac metu”, senza sperare vantaggi né temere danni dalla sua decisione. Provate a rivedere i casi giudiziari che abbiamo citato all’inizio: i giudici erano o sono liberi di sentenziare sine spe ac metu? Certo che no: per questo, nell’ultimo ventennio, l’asticella probatoria per condannare i potenti s’è molto distanziata da quella per condannare i quivis de populo. Una vera riforma della giustizia dovrebbe anzitutto a colmare quel gap: garantire assoluta serenità ai magistrati quando si trovano fra le mani una patata bollente. Come? Radendo al suolo le leggi vergogna che hanno assicurato impunità e prescrizione ai potenti e linea dura ai poveracci. Punendo severamente chi, teste o imputato, mente ai magistrati (il diritto al silenzio è sacrosanto perché nessuno può essere chiamato ad accusarsi, ma chi decide di parlare non può avere il diritto di mentire). Creando un sistema amministrativo che punisca e rimuova i responsabili di abusi prim’ancora che i giudici si occupino di loro (i medici e gli agenti penitenziari che avevano in consegna Stefano Cucchi, così come gli ufficiali del Ros che trattarono con la mafia, non perquisirono il covo di Riina e fecero fuggire Santapaola e Provenzano, e i sedicenti esperti della Grandi Rischi che rassicurarono la popolazione aquilana dal rischio di un terremoto che invece era incombente, avrebbero dovuto essere cacciati e condannati a risarcire le vittime ben prima di finire imputati). E sbaraccando l’orchestrina politico-mediatico-disciplinare che massacra chiunque osi disturbare i manovratori (persino se li chiama a testimoniare, vedi Napolitano). Altrimenti ogni processo eccellente si porta appresso talietantepressionidaindurreilgiudicepavido, che non cerca rogne e vuol vivere tranquillo, a optare per il male minore (per sé). Il magistrato sa che un certa inchiesta o sentenza lo trascinerà nel mirino delle tv, della grande stampa, dei moniti del Quirinale, del Csm, dei politici, o del suo capo. Quindi, delle due l’una: o è un kamikaze (e per fortuna ce ne sono ancora), e allora va fino in fondo; o è un italiano medio, e allora farà in modo di archiviare o assolvere. Il bicchiere mezzo vuoto è il rifugio di tutti i conigli.

Da Il Fatto Quotidiano del 02/10/2014. marcpo travaglio via triskel182.wordpress.com

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