Mario Balotelli e l’Inghilterra un rigore senza paura

PALLE QUADRATE – L’ESSERSI PRESENTATO PER PRIMO DAVANTI AL PORTIERE INGLESE PER CALCIARE IL RIGORE, DIMOSTRA CHE SUPERMARIO NON È SOLO “SBAGLIOTELLI”, CHE DIVORA VAGONATE DI OCCASIONI DA GOL, MA UN CAMPIONE VERO – FORZA DELL’INCOSCIENZA, STRAFOTTENZA O FOLLIA NON CONTA: DOPO AVER MANDATO A FANCULO DE ROSSI IN CAMPO, SPRECATO OCCASIONISSIME, RICEVUTO CRITICHE E STRIGLIATE, VA SUL DISCHETTO E SEGNA ED ESULTA, FREGANDOSENE DI TUTTO…

Fabrizio Roncone per il “Corriere della Sera”

Dove vai, Mario?
Adesso non fare come sempre, non andartene ciondolante, con gli occhi che dopo aver lanciato un lampo di disprezzo cercano un punto misterioso, quello che solo tu conosci, e con le cuffie dell’iPod, un po’ di musica per non sentire le domande. Perché dobbiamo fartele, Mario, queste domande. Perché abbiamo tutti pensato potessi entrare in questa notte, e prendertela (il rigore segnato per primo ci ha dato tanto) Era la tua notte: è così che si scrive, no?

Lo sapevi tu, e lo sapevamo tutti noi, qui a Kiev e in Italia: quelli che ti criticano e quelli – tanti, tanti di più – che ti vogliono bene e non lo dimenticano che sei solo un ragazzo (sì, certo, grande e forte e qualche volta pure un po’ sbruffone: ma adesso, a guardarti mentre esci dallo spogliatoio – la solita cresta di capelli gialli, gli orecchini luccicanti da rapper – anche molto fragile, come impaurito dalla felicità).

Allora, dai, spiegaci: dove hai trovato il coraggio di presentarti per primo, davanti al dischetto? Cosa hai pensato? E poi quell’esultanza, quel pugno stretto: proprio tu, tu che non gioisci mai, quando segni.

Nell’impazzimento dello stanzone, poco fa, Prandelli lo ha abbracciato. «Grandissimo!». Diamanti gli ha dato una pacca sulla spalla. «Il primo e l’ultimo, a calciare, eh?». Cassano si è messo a dire cose in barese stretto, e Balotelli rideva (è il momento della festa, e di certe situazioni accadute in campo si parlerà nelle ore che verranno: certo nessuno dimenticherà che, al 42′ del primo tempo, Marione ha mandato a quel paese De Rossi. E lui, Daniele, è stato il primo a far finta di niente, anche se Daniele non è il tipo che rimuove facilmente).

Adesso Mario si allontana esattamente come ha sempre attraversato questi Europei: consapevole di essere comunque, alla fine di tutto, sempre un po’ solo (il che, probabilmente, ha eccitato ancora di più il suo ego: l’altro giorno, ad un certo punto, sotto lo sguardo basito del c.t., ha cominciato addirittura a parlare utilizzando la terza persona. «Mario pensa che». «Mario è convinto che»).

Certo la bolgia allegra di questa sera è un bel segnale del destino anche per Mario. Però resta il fatto che i compagni di squadra, in un mese di ritiro, non gli hanno mai chiesto neppure il numero del cellulare. Tutti sempre severi, e scostanti, con lui. Da Thiago Motta – «Mario fa arrabbiare me e anche gli altri. Purtroppo, l’ho ritrovato come lo avevo lasciato a Milano» – a Claudio Marchisio: «Mario deve capire che le occasioni, prima o poi, finiscono».

È andata avanti così. Passando anche per la serata di Poznan, quando Balotelli segna un gol strepitoso all’Irlanda e subito decide di urlare al pianeta quello che pensa, appunto, del pianeta (la sorella Cristina, al quotidiano britannico The Independent, suggerisce una spiegazione: «Mio fratello ce l’aveva con i giornali»).

La presenza di Mario è stata questa: molto ingombrante. Nessuno gli ha fatto sconti e tutti nello spogliatoio azzurro hanno dimostrato di conoscere, alla perfezione, il personaggio e le sue imprese (la casa incendiata a Manchester, la Bentley bianca distrutta, le urla delle fidanzate sedotte e deluse, quella volta che entrò in un college e chiese: «Scusate, dovrei andare al bagno»).

Tenero e imprevedibile, bravissimo negli scatti d’ira, la presunzione che può diventare arroganza o negligenza: e però anche talento strepitoso, fortissimo fisicamente e capace di calciare il pallone non solo con potenza e precisione, ma anche con astuzia e delicatezza.

Questo gli ha consentito di partire, tre volte su quattro, da titolare. E di presentarsi, un’ora fa, per primo davanti al portiere inglese. Bisogna avere una bella testa, e tanto stomaco, e la follia dei campioni veri, per accettare un simile incarico. Era questo che volevamo sapere, Mario. Come ti senti adesso. Però va bene, non fermarti qui con noi. Non rispondere alle nostre domande. Fermati allora un po’ tu, dietro l’angolo, a pensare.

da dagospia.com