Mughini D’addario Libero

patrizia-daddario-6Mettiamo che la donna barese di nome Patrizia D’Addario sia una millantatrice, una mitomane, una potenziale ricattatrice che non sa come altro ottenere una partecipazione all'”Isola dei Famosi”, una che si sta inventando tutto a proposito delle serate e delle notti passate nell’abitazione ufficiale del capo del governo, il presidente Silvio Berlusconi.

In questo caso voi non avete che da buttar via questo articolo, un articolo che di certo il direttore Vittorio Feltri non dovrà remunerarmi, e dunque passare alle notizie che contano in questi giorni: il maremoto politico in Iran, la Fiat che cerca di guadagnare spazio in Europa e nel mondo, la produzione industriale italiana che è andata giù rispetto all’anno scorso del 15 per cento.

Ma se invece (come non ho dubbi) la puttana barese (uso il termine a specificare una professione, così come direi di una sarta o di una grafica pubblicitaria) di nome Patrizia D’Addario ha conservato nel suo telefonino le immagini della camera da letto di Palazzo Grazioli di cui è stata ospite ammirata e remunerata, allora è diverso. Molto diverso.

Diverso dalle fanciulle ospitate da Berlusconi in una splendente villa della Sardegna, diverso dalla diciottenne al cui compleanno lui ha portato un vistoso omaggio, diverso dai gossip velenosi sussurrati a mezza bocca da giornali velenosissimi nei confronti di Berlusconi.

Mi direte che no. Che l’uso delle puttane è un fatto privato. Che a contare i potenti del mondo che non vi abbiano fatto ricorso e sollazzo, le dita di una mano sarebbero ultrasufficienti. Mi direte che un John Fitzgerald Kennedy si avventava su qualsiasi cosa di femminile che respirasse. Mi direte anzi che per lui una Marilyn Monroe non fu qualcosa di molto diverso di una Patrizia D’Addario, e che non fu questo a buttarlo fuori dalla politica e bensì le due pallottole che gli trapanarono il cranio.

Sì, epperò scegliersi Marilyn come puttana non è lo stesso che scegliersi la D’Addario. E a parte il fatto che Marilyn non venne candidata a un seggio del Senato Usa, e mentre invece la D’Addario è stata lì lì per essere candidata a qualcosa. A questo di insopportabile siamo, nel regno di Danimarca.

Ovvero nell’Italia del 2009. Ho fatto un paio di telefonate prima di cominciare a scrivere questo, le ho fatte a gente che la politica la vive di mestiere. Siamo all’orlo dell’abisso?, ho chiesto. Chi tace acconsente. Loro hanno taciuto. Se vengono fuori le immagini del telefonino della signora D’Addario, nell’abisso ci cadiamo dentro.

PATRIZIA DADDARIO – CALENDARIO 2004 BY FERRANTE
C’è qualcosa di marcio nel regno di Danimarca, se il capo del governo può essere messo spalle al muro da una puttana barese. Ed è un qualcosa di marcio che ci contagia tutti, che ci riguarda tutti. Che contagia tutti i partiti politici. Non credo che il Pd potrebbe sghignazzare del fatto che un avversario politico che li ha fatti a pezzi alle elezioni vada giù a causa di una questione d’alcova. Altro che marcio, è una roba da incubo. Lo dice uno che è a distanza lunare dalle vicende di partito.

È da incubo che l’acclamatissimo capo politico del nostro Paese sia talmente “vulnerabile”, come hanno scritto ieri da sponde opposte e Giuliano Ferrara e Giuseppe D’Avanzo. Benissimo le belle ragazze, ovvio che siano la cosa più bella del mondo, epperò c’è modo e modo.

C’è modo e modo nello sceglierti un sistema di vita e di preferenze e di frequentazioni e di lussurie (il peccato più veniale al mondo, così lo definiva Leonardo Sciascia). A François Mitterrand le belle donne piacevano enormemente, però i libri che raccontano la sua vita dedicano pagine e pagine alle sue visite nelle librerie antiquarie. E parte l’alcova e le sue furie, l’anomalia stava all’origine.

Un imprenditore da combattimento, l’uomo più ricco del Paese che diventa un capo politico. Altro che vulnerabilità. Ve lo immaginate un Enrico Mattei, il capo dell’Eni degli anni Cinquanta, uno che frequentava puttane che all’epoca dovevi remunerare con una milionata di lire, uno che trattava i partiti come taxi su cui si saliva e da cui agilmente si discendeva, che diventa il capo politico del Paese? Lo avrebbero trafitto peggio che un San Sebastiano.

Oppure un Gianni Agnelli, uno al quale potevi far risalire tutti i traffici e i fondi i più neri della Fiat? Sarebbe stato un massacro, e difatti l'”Avvocato” si limitava a far visita ai potenti del momento a far capire chi era il vero potente d’Italia. (Bellissimo il racconto di un ex vicedirettore del “Corriere della Sera”, il siciliano Nino Milazzo, che descrive la visita di Agnelli all’allora direttore del gran quotidiano lombardo).

E poi c’è ancora una cosa. Io non ho nulla ma proprio nulla contro le puttane e lo dico da mane a sera, e anche se non le frequento. È diverso se tu sei il capo politico di un governo che vanta la sua ultracattolicità, che difende “la vita” anche quando non è più vita, di un governo che si mette la mano alla bocca quando parla di gay, che toglie le prostitute dalla via Salaria di Roma. Allora non ci siamo più, davvero non ci siamo più. Maledetto il regno di Danimarca e noi che ci viviamo dentro.

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