Muore Ralf Dahrendorf

ralf-dahrendorfLo studioso tedesco è morto all’età di 80 anni
Patron dell’Internazionale liberale e accademico
Addio a Ralf Gustav Dahrendorf
una vita tra filosofia e politica
Aveva collaborato anche con il nostro giornale

ROMA – Filosofia, sociologia e politica. Erano questi i territori in cui si muoveva Ralf Gustav Dahrendorf, morto ieri all’età di 80 anni. Nato ad Amburgo il primo maggio 1929, apparteneva al filone dei teorici analitici di stampo weberiano. Dal 1988 era cittadino britannico e nel 1993 fu nominato lord a vita dalla regina Elisabetta II.

Tra il 1947 e il 1952 Dahrendorf studiò filosofia, filologia classica e sociologia ad Amburgo e Londra. La sua carriera accademica si è sempre intrecciata alla politica: professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza dal 1958, nel biennio 1969-1970 fu membro del parlamento tedesco per il Freie Demokratische Partei (il partito liberale) e segretario di Stato nel ministero degli Esteri.

Nel 1970 entrò a far parte della Commissione europea a Bruxelles. Dal 1974 al 1984 fu direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 Warden (amministratore delegato) del St. Antony College all’Università di Oxford.

Fu tra l’altro primo patron della Internazionale liberale. Ha anche collaborato con Repubblica. Attualmente insegnava Teoria politica e sociale presso il Wissenschaftzentrum für Sozialforschung di Berlino.
Ralf Gustav Dahrendorf è morto oggi. Aveva appena compiuto ottant’anni. In realtà è morto all’età che lui ha sempre sentito di avere, 28 anni. Lo ha scritto nella sua autobiografia, “Oltre le frontiere”, uscita nel 2004 per Laterza, il suo editore italiano. Ventotto anni, come diceva Ingeborg Bachmann, la sua scrittrice preferita, è quell’età di passaggio in cui un uomo finisce di vivere alla giornata e si rende conto che delle mille e una possibilità che la vita sicuramente gli avrebbe offerto, “forse mille sono già sfumate e perdute”. Era il 1957 quando l’uomo che sarà definito filosofo, sociologo, giornalista, storico, economista, o – definizione sua mutuata da Goethe – figlio del mondo, era all’inizio di una promettente carriera accademica, aveva il passaporto già pieno di visti e giocava a poker perdendo regolarmente con gente come Milton Friedman e George Stigler.

Da allora il suo curriculum accademico, scientifico e politico è stato impressionante: professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza. Membro del parlamento tedesco per il Freie Demokratische Partei, i liberali tedeschi, funzionario al ministero degli Esteri, membro ipercritico della Commissione europea, direttore della London School of Economics, nominato Lord da Elisabetta Seconda. L’ultimo lavoro, docente di Teoria politica e sociale presso il Wissenschaftzentrum für Sozialforschung di Berlino.

Ma essere un ventottenne in quell’accezione che Dahrendorf si porterà dietro per il resto della sua vita significa concentrarsi su quell’unica possibilità rimasta verso la quale indirizzare la propria vita. Nel suo caso lavorare su un’ossessione, la democrazia. La democrazia vista da un liberale, quella delle pari opportunità di partenza, non di arrivo. La democrazia lucida della gestione dei poteri. Il potere, l’altra ossessione di Dahrendorf. Come regolare, trattenere e domare il Leviatano attraverso la partecipazione dei cittadini informati ed educati civicamente. Come prevedere i conflitti tra le classi e i poteri senza abdicare alla scorciatoia del totalitarismo o del regime. Come consentire una riforma del capitalismo pur sapendo della sua tendenza onnivora.

Studiava il potere con lucidità e nello stesso tempo aveva una speranza da antico umanista negli strumenti della politica e delle scienze sociali. Si diceva erasmiano, credeva nella più lucida delle follie, che gli uomini potessero essere migliori. Aveva detto in un’intervista: “Credo molto al common sense, alla capacità di fondo di ogni singolo uomo di formulare giudizi su questioni politiche importanti. Ma in un mondo complicato, questa capacità esige, ad esempio, che si sia in grado di leggere un giornale, e che lo si legga realmente; esige che si sia in grado di ascoltare e comprendere notiziari, e qui è ancora una volta necessario un certo grado di preparazione, di istruzione”. La complessità era il dominio di Dahrendorf, tutto l’opposto della banalità delle soluzioni che la politica propone nei tempi della crisi e della sterilizzazione della partecipazione.

Nelle ultime pagine della sua biografia racconta di quando lui e un amico andarono da un astrologo che esercitava in un’arcata sotto la ferrovia di Amburgo. All’amico l’astrologo disse che avrebbe passato dei guai a causa di una donna bruna. L’amico lasciò la bellissima moglie dai capelli scuri. Quello che disse a lui, Dahrendorf non lo ricorda. Una cosa vaga, una cosa che aveva a che fare con la mediazione, il mestiere di fare incontrare posizioni inconciliabili. Aveva ventun anni. Quella profezia non gli diceva nulla. A ventotto probabimente l’aveva scordata. Mezzo secolo dopo Dahrendorf riuscì a interpretarla. Era un uomo di confine, stava tra le frontiere. Geografiche e politiche. Tra democrazia e potere. Tra le mille e una possibilità e l’unica rimasta. Come un ventottenne.
Dario oliviero da repubblica.it

One comment

  1. homoeuropeus

    Piu’ che uomo di confine, Dahrendorf era uomo che amava attraversare le frontiere, tanto quelle tra paese e paese, quanto quelle, molto piu’ difficili tra ideologie e impostazioni politiche.