Muratore imprenditore Vittorio Galasso di 52 anni si suicida per mancanza di lavoro

Manca il lavoro: imprenditore s’impicca
«Era disperato»: il mutuo da pagare la moglie disoccupata e i figli da mantenere

Si è ucciso perché non ce la faceva più a mandare avanti la famiglia e a pagare il mutuo di casa con i soldi del suo lavoro di muratore. Si è ucciso perché, dopo l’appartamento che stava ristrutturando in un prestigioso palazzo liberty del centro di Savona, non ce ne sarebbero stati altri: nessuna commessa in arrivo, nessuna prospettiva di guadagno e quindi – vista la crisi di sopravvivenza. Così ieri nella tarda mattinata Vittorio Galasso, 52 anni, moglie disoccupata e due figli di 15 e 17 anni, piccolo imprenditore edile, una volta rimasto da solo nell’alloggio dove stava lavorando è andato con la scala nella camera da letto, ha agganciato una corda al gancio del lampadario sul soffitto e si è stretto il cappio al collo, lasciandosi andare. Lo hanno trovato, ormai senza vita, i colleghi dell’impresa con cui lavorava, arrivati a portare alcune lastre di cartongesso. Hanno dato l’allarme, facendo accorrere 118, polizia e vigili del fuoco. Ma per lui ormai non c’era più nulla da fare. Un’altra vittima della crisi, dal lavoro che non c’è, dai troppi impegni a cui far fronte per tirare avanti? È possibile, anzi probabile.

I colleghi di Galasso, accorsi ancora in tuta davanti al palazzo della tragedia, lo dicono apertamente anche se parlano a bassa voce, ancora increduli per quanto è successo. Conferma tutto il cognato della vittima, Francesco Perugino, titolare dell’impresa edile: «Era disperato per i problemi economici – spiega – Il mutuo per la casa, ad esempio, quei mille euro che faceva fatica a mettere assieme ogni mese. Continuava a ripetere: “Come faccio? Come faccio con le rate?”». Un uomo disperato, amareggiato era Vittorio Galasso. «Ce l’aveva con i politici – ricorda ancora il cognato -. Ripeteva: “Quelli guadagnano un sacco di soldi. E invece noi….’’. E poi incolpava Berlusconi, lo accusava di essersi “mangiato l’Italia’’ e gli aveva persino scritto lettere e mail». E anche una disavventura giudiziaria culminata nel febbraio scorso in una condanna in tribunale per calunnia aveva contribuito a incattivirlo ulteriormente. «Non gli andava giù – dice ancora Perugino -. Continuava a ripetere di essere stato vittima di un’ingiustizia, che lui non aveva calunniato nessuno».

MARCO RAFFA CLAUDIO VIMERCATI
SAVONA da lastampa.it

I commenti sono chiusi.