Robot nella fossa delle marianne

fossa-marianneFossa delle Marianne
un robot svela l’abisso
Il sottomarino Nereus in fondo al Pacifico: 11mila metri. Analizzato il punto marino di maggiore profondità
Per la terza volta da che è iniziata l’esplorazione degli oceani, l’uomo è riuscito a raggiungere il luogo più profondo di tutti i mari della Terra: la Fossa delle Marianne, a 10.902 metri sotto il livello del mare tra il Giappone e le Filippine. Ci è arrivato un robot-sottomarino di nuova concezione chiamato Nereus, oggi l’unico sommergibile in attività in grado di raggiungere quelle profondità.

Il robot è capace di muoversi negli oceani in due modi diversi. Può esplorare i fondali in maniera del tutto autonoma, senza che alcuna informazione gli giunga dall’esterno. Oppure può essere guidato da un sottilissimo cavo di fibre ottiche che permette ai ricercatori che lo seguono di chiedergli non solo di riprendere con una telecamera e di inviare in diretta le immagini di ciò che lo circonda, ma anche di compiere una serie di importanti operazioni: come, ad esempio, raccogliere campioni di rocce in più punti o avvicinarsi ad organismi viventi per studiarli sul posto.

Nereus trasporta circa 40 km di cavo a fibre ottiche che sono poste in un canestro che non è più grande di una tazzina da caffè. Per risparmiare peso i suoi costruttori hanno prodotto circa 800 sfere di ceramica grandi come un pompelmo, le quali, poste all’interno dello scafo, danno modo a Nereus di fermarsi e stabilizzarsi a qualunque profondità.

Il sottomarino, lungo 4,25 m e largo 2,3 m, viene mosso da motori alimentati da 4.000 batterie al litio, simili a quelle che si usano nei cellulari. E’ stato costruito con una forma che gli permette di “volare” in acqua, anziché semplicemente precipitare sul fondo, una caratteristica del tutto innovativa.

“Raggiungere la Fossa delle Marianne, che è il punto più profondo di tutti gli oceani, ci permette di avere la certezza di essere in possesso di un mezzo che è in grado di esplorare qualunque parte degli oceani: che ad oggi, per il 90%, sono poco o per nulla noti. Questo ci dà il via ad una nuova era nell’esplorazione dei mari di tutto il mondo”, ha spiegato Julie Morris, direttore della Divisione delle Ricerche Oceaniche del National Science Foundation, il principale sponsor della ricerca, che ha richiesto 8 milioni di dollari.

Quando Nereus ha raggiunto il fondo della fossa doveva sopportare una pressione che è circa 1.000 volte quella che si trova sulla superficie del pianeta. Solo altri due sommergibili avevano osato tanto: il batiscafo Trieste, che aveva a bordo due uomini, Jacques Piccard e Don Walsh, nel 1960; e il robot giapponese Kaiko, che raggiunse quote diverse della fossa in tre esplorazioni tra il 1995 e il 1998. Il Trieste venne ritirato dai mari nel 1966, mentre Kaiko venne perso in una missione oceanica nel 2003. Durante la prima immersione guidata dal cavo a fibre ottiche, Nereus è rimasto sul fondo per circa 10 ore, permettendo agli scienziati che lo seguivano da bordo della nave Kilo Moana di osservare dal vivo le immagini che giungevano dal fondo oceanico e di raccogliere campioni di roccia che poi sono stati portati in superficie.

Nereus è anche in grado di studiare la morfologia del suolo attraverso un sonar di bordo. Avere un’idea della forma dei fondali significa interpretare come le forze in gioco modificano le lave che costituiscono i fondi oceanici. “Lo studio della Fossa delle Marianne è di estremo interesse scientifico e pratico, in quanto essa è prodotta dallo scontro di due placche tettoniche: quella oceanica che si sta infilando sotto quella eurasiatica”, spiega Louis Whitcomb della Johns Hopkins University, che segue i lavori di Nereus. La crosta dell’oceano che va a finire sotto il continente asiatico produce attriti giganteschi che sono causa dei più forti terremoti che si verificano lungo l’area orientale dell’Asia, dalle Filippine al Giappone, e al contempo di violenta attività vulcanica.

luigi bignami repubblica.it

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