Nicola Porro Argentina colpevole solo a metà

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Questo crac non dipende tutto da Buenos Aires. I giudici Usa hanno fatto un disastro: vincono i fondi avvoltoio

L’Argentina non è proprio uno di quei Paesi di cui conviene fidarsi, quando si parla di obbligazioni. Da quando ha iniziato ad emettere carta di debito sui mercati, e cioè dall’inzio dell’800 ad oggi, è fallita la bellezza di otto volte.

L’ultima una settimana fa. La piú dolorosa, perchè ha coinvolto anche tanti piccoli risparmiatori italiani, nel 2001. Fece un buco di un centinaio di miliardi di dollari, che si è tradotto nell’emissione di una nuova obbligazione sostitutiva. Più del 90 per cento dei creditori accettarono l’offerta: persero così poco più del 70 per cento del capitale. Meglio di niente, si disse all’epoca.

Alcuni, una minoranza, decisero di non concambiare le proprie obbligazioni con quelle nuove. Così fecero una parte dei risparmiatori italiani, consigliati dall’Abi, e vari investitori in giro per il mondo. Questi signori iniziarono delle cause contro lo Stato argentino, richiedendo tutto il maltolto. Alcuni giudizi furono incardinati in Europa (per la maggior parte quelle italiane) e altri in America. Le prime languono in qualche cancelleria di tribuanle internazionale. I giudizi americani sono, invece, arrivati a conclusione. Si giunge cosí al default argentino di fine luglio.

Un giudice a New York ha dato ragione ai fondi avvoltoio americani (i più avanti nei tribunali e i più abili ad ingaggiare avvocati super) e ha condannato Buenos Aires a pagare subito 1,5 miliardi di dollari. Il giudice ha deciso di sequestrare 600 milioni argentini depositati in banche americane come provvista per pagare gli interessi ai creditori del nuovo bond.

Sintetizziamo perchè forse qualcuno si è perso. L’Argentina fallisce nel 2001; propone ai suoi creditori di scambiare la vecchia obbligazione con una nuova del valore di circa 30 dollari ogni cento; la stragrande maggioranza aderisce; una pattuglia si impunta e fa causa; nel frattempo Buenos Aires paga le cedole della nuova obbligazione; in America dopo tredici anni dal default e sette dall’accordo con i creditori, un gruppo di fondi aggressivi che nel frattempo aveva rastrellato i titoli falliti vince una causa; il giudice gli dà i quattrini accantonati dall’Argentina per pagare gli interessi della nuova obbligazione; il governo sud americano dice di non avere più un dollaro per onorare i suoi debiti; e così fallisce di nuovo e manda all’aria la ristrutturazione del vecchio debito.

Un gran casino. I legali della Kirchner sostengono che se pagassero il debito scaturito dalla sentenza a favore dei fondi avvoltoi verrebbero subissati da cause simili, perchè tutti vorrebbero il rimborso del vecchio prestito al 100 per cento. Inoltre la ristrutturazione prevedeva una cluasola ad hoc per cui non si poteva pagare nessuno in modo privilegiato e più di quanto all’epoca stabilito. A ciò si aggiunga che i fondi che hanno vinto la causa a New York non sono esattamente le pensionate italiane, ma organizzazioni professionali e speculative che negli anni hanno comprato, proprio da quelle pensionate a pochi centesimi, i loro vecchi bond falliti.

La morale di questa zuppa è che per una volta forse non tutte le responsabilità sono degli argentini. E che i giudici americani, in tema di finanza, si sentono un po’ gli spazzini del mondo. Poche settimane fa hanno colpito Bnp Paribas con multe stramiliardarie per operazioni concluse in Svizzera, ma denominate in dollari; e poi combinano questo pasticcio internazionale (che ha avuto effetti destabilizzanti sui mercati), sposando le richieste di un manipolo agguerrito di fondi avvoltoio. Per gli italiani ancora con i vecchi bond argentini in mano, non cambia molto.

Ps A proposito di questioni internazionali. L’Agenzia delle Entrate con una sua nota dei giorni scorsi ha stabilito che le multinazionali internazionali che parteciperanno all’Expo dovranno essere tassate in Italia. Tecnicamante, pur restando in Italia solo per sei mesi, si considererà la loro organizzazione stabile in Italia e dunque non potranno sfuggire alla tassazione sul reddito in casa nostra. Sei mesi è il limite stabilito dalla legge per una stabile organizzazione, esattamente la durata dell’Expo. Una seccatura in più per gli investitori internazionali, un gettito relativamente modesto per le nostre casse, ma un biglietto da visita micidiale nel far capire in giro per tutto il mondo quanto poco sia friendly il nostro fisco. Complimenti.

Nicola Porro  da ilgiornale.it

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