Nicola Porro Prima ti arrestano. E poi si dimenticano

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Scusate ci siamo sbagliati. A parte il fatto che nessuno lo dirà mai, il mondo non può girare così. Ci riferiamo al caso Finmeccanica e alla presunta tangente che avrebbe pagato in India per piazzare una dozzina di elicotteri in un affare da 560 milioni di euro poi andato in fumo.

Il fatto risale ad un paio di anni fa, ma tra poco capirete perché riguarda l’oggi. I magistrati con la solita grancassa arrestano l’allora numero uno di Finmeccanica e quello di Agusta Westland (la ditta che produce i rinomati velivoli). Li tengono in gattabuia per circa tre mesi decapitando il vertice della più importante azienda manifatturiera italiana. Ma vanno oltre: in una miriade di intercettazioni pubblicate ovunque viene svelata una rete di corruzione che sarebbe andata dai contratti navali in Brasile (che fine ha fatto quella vicenda?) alle tangenti alla Lega.

Finmeccanica e Agusta Westland erano la Spectre. Tanto da meritarsi di venire messe alla sbarra come persone giuridiche (grazie alla legge 231 che punisce le società e non solo i suoi manager). Il che non è irrilevante. Se io pizzico una mela marcia è un conto, se tutto il cestino è fradicio è un altro. Proprio all’epoca il Giornale si chiedeva in splendido isolamento: e se le imprese avessero ragione? In questi ultimi due anni per Finmeccanica e le sue dodici società operative è stato un casino fare affari all’estero. I nazionalismi della difesa, il mercato ristretto, e soprattutto una pesantissima accusa di corruzione internazionale è stata la buona scusa per i concorrenti di Finmeccanica e dell’Italia per dire: se i giudici italiani pensano che la sua azienda, per di più in parte pubblica, paga tangenti come si regalano caramelle, vuol dire che da quelle parti ci deve essere un inferno. E però quell’inferno impiega 68mila addetti e fattura più di 16 miliardi di euro.

Lungo preambolo per dire che ieri si viene a sapere con una nota di Finmeccanica che la sua posizione viene archiviata. E per la controllata Agusta la vicenda giudiziaria si conclude con il pagamento di qualche decina di migliaia di euro, ma senza alcuna ammissione di colpa. La settimana scorsa sono state archiviate invece le presunte tangenti pagate alla Lega.

Oggi ci sarà il solito assetato di sangue giudiziario che ci ricorderà come Orsi (all’epoca numero uno della holding) e Spagnoli (suo pari grado negli elicotteri) siano ancora sotto processo e che per loro siano stati richiesti rispettivamente sei e cinque anni di galera. Il punto è proprio questo e già ai tempi si poteva scrivere e capire: Finmeccanica, con tutto il rispetto, non è il bar sotto casa, non gode di immunità, ma prima di sbattere in galera i suoi vertici e l’azienda stessa e cioè distruggere una delle poche manifatture strategiche di questo Paese, occorre procedere con i piedi di piombo. Ai soliti assetati di giustizia e frustrati delle manette, si potrebbe ricordare che il commissariamento di un’azienda come Finmeccanica (era ciò che chiedevano i pm) avrebbe significato la sua morte commerciale; si può ricordare che strombazzare intercettazioni ai quattro venti con il solito giochino di voler creare consenso intorno ad una inchiesta è pratica incompatibile con un giusto processo.

Se ci potessimo liberare una volta per tutte dalla sindrome Berlusconi e cioè quella malattia per cui confutare il comportamento di alcuni magistrati è sempre e solo fatto per difendere il Cav, ebbene se potessimo liberarci da questa sindrome potremmo aprire gli occhi e dire che in un Paese normale il giudice che ha sbattuto in galera Rossetti e Scaglia per il caso Fastweb e che ha provato a commissariare la loro azienda, non lo vorremmo vedere tra i membri del Csm. Tra i più votati alle ultime elezioni. E invece continuiamo a dimenticarci Fastweb, Finmeccanica e Agusta.

Nicola Porro da ilgiornale.it

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