Paolo Ottolini Equo compenso, Apple ritocca i prezzi. Franceschini s’arrabbia e la Siae vuol mettersi a vendere gli iPhone “a prezzi francesi”

dario franceschiniEquo compenso, Apple ritocca i prezzi. Franceschini s’arrabbia e la Siae vuol mettersi a vendere gli iPhone “a prezzi francesi”

Il ministro Dario Franceschini fu quanto meno improvvido. Quando firmò il decreto che aggiornava, con consistenti rialzi, le tariffe per l‘equo compenso per la copia privata disse:

«I costi vanno sui produttori, non sui consumatori». Chi conosce il mercato dell’elettronica di consumo e le sue regole pensò: “Sì, certo, come no”. Detto e fatto: Apple ha appena ritoccato al rialzo i prezzi dei suoi prodotti.  L’iPhone 5s da 16GB ora costa 732,78 euro, 3,78 euro in più. E l’incremento è proporzionale al prezzo: il modello da 32GB ora costa 4,76 euro in più (843,76), mentre quello da 64GB costa 5,25 euro in più (954,25). Dei prezzi non “tondi” e non “ottici” (699, 799, etc) piuttosto inusuali da vedere, ma che non sono una novità per la Mela morsicata: lo stesso successe qualche tempo fa quando l’Italia aggiornò al rialzo l’Iva. La presa di posizione di Apple è piuttosto chiara e “politica” stavolta: non solo ha deciso di non assorbire la quota per copia privata ma scrive chiaramente che i prezzi sono lievitati a causa di nuova tassa: “Include tassa su copyright di € 4,00″.

«Tassa sui cellulari» era la definizione, impropria (tecnicamente l’equo compenso non è una tassa), utilizzata anche dalla stampa durante le settimane in cui le tariffe erano in discussione. Definizione che il ministero e la Siae hanno sempre contestato e che ora si vedono spiattellata in faccia da una multinazionale come Apple che, insieme a molte altre, non sta esattamente simpatica al governo a causa delle sue politiche di elusione fiscale.
Apple avrebbe potuto rinunciare a questi pochi euro? Sì, certo. I conti vanno benissimo. L’ultima trimestrale è stata da record. Ma Apple è un’azienda privata che ha tutti i diritti di vendere i suoi prodotti ai prezzi che ritiene più opportuni. Si chiama libero mercato. Apple risponde ai suoi azionisti e ai suoi potenziali acquirenti. Che di certo – per altro – non fuggiranno a gambe levate per 4 euro, quando si parla di prodotti da 700 e più euro.

È prevedibile che altre aziende seguano la scia. Soprattutto nella fascia bassa e medio bassa del mercato dove i margini, su smartphone da 100 euro o poco più, per i produttori sono già oggi bassissimi. Per il presidente di Confindustria digitale Elio Catania l’aumento dei prezzi era di fatto scontato e la mossa di Apple una «prevedibile reazione da parte delle imprese a fronte di una imposizione del tutto ingiustificata».

Franceschini però non ci sta. Quello deciso da Apple, dice il ministro all’Ansa, è un «aumento puramente ritorsivo nei confronti dei loro clienti italiani». E a dimostrarlo, dice, ci sono i prezzi degli iPhone nei diversi Paesi europei, basta guardare a quelli, sottolinea, «per capire che l’aumento della copia privata non c’entra nulla». Il ministro fa anche le cifre: «in Francia un iPhone 5s da 16 Gb – dice- costa 709 euro a fronte di un tariffa per copia privata di 8 euro, in Germania 699 con una copia privata di 36 euro, in Italia 732,78 euro (,78 per far pesare l’Iva!) ora che la copia privata è a 4 euro mentre era a 729 euro con la copia privata a 0,90».  (ma in Germania ci risulta che l’equo compenso al momento non si applichi, per un ricorso dei produttori, ndr).

Altri voci della maggioranza tornano ad agitare la minaccia della “webtax”. Il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd), che della “webtax” fu il principale alfiere:

«Vista la vergognosa reazione di Apple, se non ci sarà in Europa entro l’autunno una disciplina condivisa sulle imposte connesse all’economia digitale, l’unica strada percorribile per l’Italia in vista della legge di Stabilità 2015 sarà quella di inasprire le sanzioni, rafforzando ulteriormente il meccanismo introdotto con la cosiddetta `webtax´ 2014, attivando attraverso il ruling un recupero di risorse non inferiore al miliardo l’anno da riversare interamente ai consumatori italiani attraverso adeguati crediti d’imposta. Le multinazionali del web quando si tratta di pagare un contributo giusto nel Paese in cui si producono profitti alzano immediate barricate forse perché diminuiscono di qualche centesimo le risorse che finiscono nei loro conti offshore?».
Le opposizioni ci vanno a nozze, invece: «Non ci voleva un genio per capire come sarebbe andata a finire, ma bastava un briciolo di onestà intellettuale. E invece il ministro Franceschini si era detto certo che gli aumenti dell’equo compenso per copia privata non avrebbero determinato corrispettivi aumenti dei prezzi finali di vendita dei dispositivi, tra cui tablet e smartphone. Ebbene, Apple è il primo produttore a smentirlo» dice il presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone (Forza Italia).

«L’equo compenso per copia privata del Decreto Franceschini è una misura, o per meglio dire tassa, iniqua e al limite dell’assurdo. La reazione agli aumenti Apple di Francesco Boccia, che grida allo scandalo brandendo la minaccia della webtax come arma di ritorsione e della Siae, che lo segue a ruota, è assolutamente inopportuna e al limite del ridicolo» dicono i deputati 5 Stelle in commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni. «L’equo compenso varato da Franceschini – afferma la deputata M5S Mirella Liuzzi – è un provvedimento già bocciato da stakeholder e consumatori che dovrebbe, semplicemente, essere revocato per lasciare spazio a un reale confronto sul tema tra tutti i soggetti interessati».
A chiudere il cerchio arriva l’ultima sortita della Siae, che si dice pronta a vendere in Italia «iPhone a prezzi francesi» per dimostrare «la scorrettezza della Apple» ed evitare ai consumatori «l’ingiustificata depredazione».

Un’ottima idea davvero. L’iPhone «a prezzi francesi» si trova già su decine di siti Internet. Anche a prezzi tedeschi. E persino nord-americani a dire il vero. Una Siae in concorrenza con Amazon, Eprice, Pixmania, Gli Stockisti, Expansys e via discorrendo sarebbe divertente. Se poi l’iPhone me lo porta a casa Gino Paoli (presidente Siae) ne ordino persino due.

 di Paolo Ottolina da corriere.it

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