Pensioni, la grande beffa ai co.co.pro quelli che pagano e non avranno una pensione e mantengoo le pensioni degli altri

pensioni_riduzionePensioni, la grande beffa ai co.co.pro
La soglia impossibile dei 1.295 euro
I contributi dei parasubordinati nella Gestione Separata: attivo di 8,6 miliardi di euro ma in pochi maturano i termini per l’assegno

Tra le pieghe dei bilanci dell’Inps spunta un modello previdenziale distorto che penalizza giovani e meno giovani, parasubordinati co.co.co e co.co.pro (contratti di collaborazione continuata o a progetto), contratti di associazione in partecipazione, venditori a domicilio. Lo scrive «Italia Oggi» che dedica al tema un’ampia ricostruzione in prima pagina. La riprova starebbe nei numeri e si sa quelli che non mentono. L’unica gestione in attivo dell’Inps è proprio quella Separata – dove confluiscono i contributi dei collaboratori, dei professionisti senza cassa – con un utile di circa 8,6 miliardi di euro nel 2012. Soldi necessari per compensare i buchi di bilancio della gestione Inps dei dipendenti delle imprese private (un miliardo), dei dipendenti pubblici (8 miliardi), dei lavoratori autonomi (12 miliardi). Direte: in una società che veleggia sempre più verso i servizi e le professioni ad alto valore aggiunto (e nella quale è sempre più difficile strappare un contratto di natura dipendente) l’Inps in fondo certifica soltanto l’esistente e nulla più. Peccato che proprio i parasubordinati che hanno già la scure di un’aliquota previdenziale in aumento (dal 27 al 33% entro il 2018, secondo il dettato della riforma Fornero) sono coloro i quali hanno minori tutele, non hanno né indennità di malattie, né ferie, soprattutto stanno versando contributi previdenziali per una pensione che presumibilmente non vedranno mai.
Il reddito minimale contributivo
La motivazione sta tutta nella distonia del loro regime che prevede un reddito minimale contributivo di 15.357 euro all’anno (1.295 euro al mese) soglia oltre la quale l’istituto di previdenza riconosce l’accredito dell’intero anno a fini pensionistici. Ciò significa che chi versa il 27,72% di 15.357 euro (il 27% dell’aliquota più lo 0,72% del contributo assistenziale) ha un minimale contributivo di 4.256,96 euro (il netto in tasca è di circa 11mila euro e poco più, circa 900 euro al mese). Chi è sotto quella soglia (si calcola un buon 90%) versa i mesi riducendoli in proporzione ai contributi versati e spesso succede che per vedersi riconosciuto un anno ai fini previdenziali debbano passarne due o tre lavorativi. Pertanto questi parasubordinati al di sotto della soglia minima rischiano di versare veri e propri contributi espropriativi senza riuscire a maturare un diritto alla pensione. L’esito è paradossale: le pensioni dei dipendenti giù tutelati e iper-sindacalizzati vengono di fatto pagate da chi ha un contratto di collaborazione con uno o più committenti, dato che le perdite della loro gestione previdenziale vengono compensate da chi è senza tutele e sempre più rappresenta un esercito pletorico e indistinto. Ad evidenziare questa anomalia recentemente è stata anche la Corte dei Conti che rileva uno squilibrio contabile in cui il massiccio saldo di esercizio della gestione separata serve a rimpinguare le casse dell’istituto in sofferenza per i passivi delle altre gestioni. Un capolavoro di disuguaglianza e a rimetterci sono sempre di più i giovani precari spesso laureati eppure mai tutelati.

  di FABIO SAVELLI  da corriere.it

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