Ricolfi le amministrative e la fine di due leadership senza ricambio

Dissoluzione di due leadership

Contrariamente a quanto pensano molti miei amici, non credo sia bene che le elezioni amministrative vengano trasformate in elezioni politiche. Quando si sceglie un sindaco, Berlusconi e Bersani non c’entrano nulla. E la qualità della nostra democrazia sarebbe assai migliore, la nostra vita politica assai più sana e civile, se tutti quanti la smettessimo di pensare ogni volta che «sono in gioco i destini del Paese», che «la partita è decisiva per il futuro dell’Italia», che se vincono «loro» è una catastrofe nazionale.

Preferirei vivere in un mondo à la Gertrude Stein, per cui «una rosa è una rosa è una rosa è una rosa», e dunque «un sindaco è un sindaco è un sindaco è un sindaco». La iper-politicizzazione delle campagne elettorali, trasformando la persona concreta del candidato in un simbolo astratto di un’idea generale, in un baluardo contro la vittoria dei barbari, produce l’importante effetto collaterale di rendere i cittadini indifferenti a ciò che il candidato effettivamente ha fatto o farà. E per questa via rende i politici, tutti i politici (i nostri e i loro), perfettamente immuni alle critiche: qualsiasi nefandezza abbia fatto o rischi di fare il nostro candidato, noi lo votiamo lo stesso, né mettiamo in discussione il suo operato, perché non possiamo permettere che vincano «gli altri».

Purtroppo non viviamo in un mondo à la Gertrude Stein, bensì in un mondo in cui tutti politicizzano tutto. E queste elezioni amministrative non fanno eccezione. Berlusconi ha voluto politicizzarle, esattamente come una decina di anni prima aveva fatto D’Alema, allora presidente del Consiglio. E così come allora la sconfitta del centro-sinistra provocò le dimissioni di D’Alema, oggi l’esito di una semplice tornata amministrativa, e segnatamente di due ballottaggi (Milano e Napoli), rischia di produrre effetti politici molto rilevanti. Ma quali effetti?

Effetti sul Pdl e la Lega, innanzitutto. Se il centro-destra dovesse perdere Milano e Napoli, gli effetti sulla maggioranza di governo potrebbero essere molto incisivi. La guerra per bande in atto nel Pdl troverebbe nuovo alimento, le manovre per la successione a Berlusconi si moltiplicherebbero, l’attività legislativa subirebbe un ulteriore rallentamento. Quanto alla Lega, si farebbe più forte la tentazione di scendere dalla nave che affonda, prima che sia troppo tardi. Il partito di Bossi potrebbe partecipare con convinzione alle manovre (già in corso) per cambiare la legge elettorale, magari per tornare ai collegi uninominali del Mattarellum. Incassata una legge senza premio di maggioranza, Bossi tornerebbe ad accarezzare l’idea di correre da solo, trasformando le elezioni politiche in una prova di forza del Nord contro il resto del Paese, una sorta di Nord pride in salsa padana, o neo-separatista. Uno scenario meno fantapolitico di quanto potrebbe apparire, se solo si riflette su due circostanze. Primo, i dati delle tasse e degli sprechi mostrano che le ragioni del Nord sono fondatissime, per non dire sacrosante. Secondo, oggi la Lega è più forte di 15 anni fa, allorché – alle Politiche del 1996 – l’avventura della corsa solitaria la portò a incassare il 10% dei consensi, con un mucchio di candidati eletti in Parlamento.

E a sinistra?
Sono in molti a pensare che una eventuale vittoria della sinistra ai ballottaggi rafforzerebbe il Partito democratico, che finalmente vedrebbe aprirsi una possibilità concreta di battere Berlusconi – un Berlusconi umiliato e ammaccato – non già o non solo per via giudiziaria, ma in un scontro politico aperto, al termine di questa legislatura (nel 2013 o, più plausibilmente, già la primavera prossima). E’ possibile, ma esiste anche uno scenario meno roseo.
Se a dare la vittoria al centro-sinistra fossero i ballottaggi di Napoli e Milano, con annesso trionfo di De Magistris e Pisapia, il risultato sarebbe anche un rafforzamento delle forze politiche alla sinistra del Pd, ovvero Idv (Di Pietro) e Sel (Vendola). Ed è difficile pensare che, a quel punto, Vendola non riproporrebbe la propria candidatura a guidare il centro-sinistra alle prossime politiche. Con l’esito paradossale di trasformare un successo del centro-sinistra, tenacemente perseguito da Bersani con le sue aperture a Di Pietro e Vendola, in un indebolimento della leadership di Bersani stesso. Né si può dire che l’eventuale sfida di Vendola a Bersani, indipendentemente dalla forma che dovesse assumere (partito unico Pd-Sel, primarie del Pd aperte), sarebbe frutto di hybris, di irragionevole orgoglio, o di eccessiva considerazione di sé. Decine di ricerche e sondaggi mostrano che il baricentro dell’elettorato del Pd è più a sinistra, molto più a sinistra, di quello dei suoi dirigenti, e che in caso di separazione fra la sinistra assennata (riformisti del Pd, che guardano all’Udc di Casini) e quella più radicale (Idv, Sel, Verdi, partiti comunisti vari) sarebbe quest’ultima a raccogliere i maggiori consensi.

Vedremo come andrà a finire. Ma la mia impressione è che, se la sfida dei ballottaggi fosse vinta nettamente dal centro-sinistra, quello cui assisteremmo non sarebbe il sorpasso del Pd nei confronti del Pdl ma, semmai, la dissoluzione parallela di entrambe le leadership che finora sono riuscite a tenere insieme questi due partiti. Un processo che potrebbe durare abbastanza a lungo, e avere un’incidenza non da poco sulla fisionomia futura del nostro sistema politico.

LUCA RICOLFI da lastampa.it

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