Robert Kubica Intervista Natale 2013

Kubica Robert Mercedes DTMKubica, aspettatemi che torno

Robert Kubica si alza dal divanetto rosso e porge la mano, la destra. Non la stringe, la scuote, ed è brutto a dirsi ma fa un po’ impressione. «Ciao». Si vede che intuisce il lieve disagio, ma lo ignora, più o meno come deve aver ignorato tante cose negli ultimi anni. Sorride. «Da dove vuoi cominciare?», chiede.

Dalla notizia. Lei ha firmato per la Ford, e il prossimo anno parteciperà al Wcr, il mondiale rally. Nel 2011 è sopravvissuto per miracolo a un incidente. I medici dissero che non avrebbe mai recuperato l’uso del braccio destro, e invece oggi è qui, a Sperlonga, a correre una “ronde” di preparazione per la nuova stagione. Come ci si sente a risorgere?

«È una bella sensazione».

Ha possibilità di vincere il mondiale 2014?

«No, nessuna. Il primo anno lo passerò a imparare, magari verso la fine potrò dire la mia. Poi si vedrà».

Ecco, il «poi». La F1. Ci pensa ancora?

«Sì. Però per il momento non ce la faccio: devo recuperare ancora del tutto la funzionalità del braccio destro». Lo indica con la sinistra, adesso tiene una bottiglia di Gatorade, vuota. «È un problema di circuiti».

In che senso?

«Su alcuni circuiti non ho problemi, su altri invece ancora non ce la faccio. Ho aiutato la Mercedes al simulatore, quest’inverno. E mi sono reso conto che nei circuiti con curve troppo angolate non ho il controllo che mi servirebbe. Per ora».

Il posto in Ferrari, quello di Raikkonen, era il suo.

«Adesso è di Raikkonen».

Le manca la F1?

«Sì. La seguo sempre. Mi informo su quello che fanno i miei ex colleghi».

È invidioso?

«No. È chiaro che vorrei essere lì. Ma invidioso no. Se io dovessi essere invidioso di loro, quanta gente dovrebbe essere invidiosa di me?».

Cosa spinge una persona che ha rischiato la vita una volta a farlo di nuovo? Lei quest’anno ha vinto il Wrc2 ma ha avuto più di un incidente. Perché continua?

«Boh. Forse perché è la mia vita. E comunque non ho fatto troppi incidenti. Chiunque vada forte, all’inizio, ha problemi. Ma io faccio notizia perché vengo dalla F1. Era lo stesso anche con Raikkonen».

Ha mai avuto paura di non tornare a guidare?

«No. Dopo l’intervento dovevo lottare per sopravvivere, poi per recuperare il più possibile delle funzionalità del mio corpo. Poi ho cominciato ad andare in macchina. Oggi ho più difficoltà nella vita di tutti i giorni che al volante».

Per guidare usa il cambio a sinistra. Nella vita che difficoltà ha?

«Sono dovuto diventare mancino, a 30 anni».

È difficile?

«Sì, è stato un casino. Ma il cervello può fare qualsiasi cosa se ben motivato. Se qualcuno mi avesse detto che nel giro di tre anni avrei potuto correre nel mondiale Wrc, e che avrei vinto 5 gare su 7 del Wrc2 finendo primo assoluto con una macchina inferiore alle altre, non ci avrei creduto».

Sembra felice.

«Non posso dire di essere contento di quello che mi è successo. Ma gli ultimi 16 mesi della mia vita mi riempiono di orgoglio, sì».

E la paura? Come fa a ignorarla?

«Non ci penso. Come non penso a molte altre cose che fanno parte della mia vita. E comunque, ancora oggi, dopo tutto quello che è successo, ho più paura quando esco a farmi una passeggiata che quando guido».

Secondo lei Massa è stato frenato dalla paura?

«È un argomento complesso. Un pilota non si limita a guidare. Io sono pronto a scommettere che la paura con i problemi di Massa non c’entra niente. E sono certo che lui me lo confermerebbe. Quando sali in macchina sei talmente concentrato che non c’è spazio per la paura. Ci sono elementi molto più grossi che possono influire sulla performance».

Tipo?

«La sfortuna di trovarti un cannibale come compagno di squadra».

A proposito, è più forte Alonso o Vettel?

«Da pilota non dovrei rispondere a questa domanda. Penso che Vettel sia in stato di grazia. Quando hai un team e un mezzo così competitivi, allora acquisti una sicurezza incredibile. Qualunque pilota tra i primi dieci in F1 entrasse in quello stato, diventerebbe invincibile. All’opposto, nella posizione di Fernando devi sempre forzare per vincere, è una lotta continua, e lo stesso vale per il team che deve sempre fare cose straordinarie, perché quelle ordinarie non bastano. Mettiamola così: Vettel è in un tunnel che conduce dritto verso la vittoria, Alonso in un labirinto: sbatte di qua, sbatte di là e intanto gli altri si allontanano».

Tornando alla paura. Lei corse una gara con un tributo a Karol Wojtila sul casco. La fede l’ha aiutata in questo suo percorso di resurrezione?

«No. La fede non c’entra niente. Io ho sempre avuto molta stima per il “nostro” papa, un uomo che ha fatto molto per noi polacchi. Ma è più rispetto per la persona che devozione».

In cosa crede, dunque?

«Nel destino. E il mio destino è questo».

Marco Mensurati da Repubblica.it

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