Roberto Beccantini Italia sempre all’attacco senza attacco ma se fossi la Germania non sarei tranquillo

Sempre all’attacco senza attacco

Era da anni che non si stravinceva così, pareggiando. Sembra una capriola dialettica, un’acrobazia lessicale, un modo come un altro per uscire in bellezza dal primo zero a zero di questi Europei. Invece no. I numeri vanno tradotti – soprattutto nel calcio, così lontano e diverso dal basket – ma non barano: 63% a 37% di possesso palla, 36 tiri a 9. Un bilancio da Barcellona-Chelsea, senza Leo Messi a giustificarlo.
In alto i cuori, dunque. Non credo che gli inglesi si rifugeranno nella lotteria dei rigori: non sarebbe serio (e loro, seri, lo sono). In un incontro di pugilato, i secondi di Hodgson avrebbero lanciato l’asciugamano prima del novantesimo. Ma il calcio è un’altra cosa. Si gioca con i piedi, ci sono i portieri, e addirittura i pali. Dell’Italia di Prandelli ho ammirato l’atteggiamento. Dell’Inghilterra di Hodgson ho deplorato non tanto il catenaccio, quanto l’essersi chiusa a doppia mandata e aver buttato via le chiavi. Il cucchiaio di Pirlo mi ha ricordato lo scavetto di Totti all’Olanda, nella semifinale degli Europei 2000. Finì zero a zero anche ad Amsterdam, ma in tutt’altro modo: noi in dieci già nel primo tempo (espulso Zambrotta), loro tarantolati fino a undici metri da Toldo.
Le soluzioni sono state la difesa, con o senza Chiellini, e il centrocampo, uno dei più guarniti e raffinati in circolazione. Il problema rimane l’attacco. Balotelli e Cassano fanno reparto ma non graffiano. Di Natale va centellinato, Giovinco è stato scavalcato da Diamanti, Borini non mi pare in grado di sparigliare il mazzo. A casa non sono rimasti fenomeni: l’ultimo gol dell’invocatissimo Matri risale al 25 febbraio, Pazzini è scomparso, idem Osvaldo dopo l’infortunio, per tacere di Amauri e Gilardino; Quagliarella non è una prima punta e Giuseppe Rossi si è rotto.
Sono contento per Buffon, decisivo all’inizio e alla fine. Abbiamo vinto una partita su quattro; la Germania, viceversa, quattro su quattro. Eppure, se fossi un tedesco, non dormirei tranquillo proprio perché mi danno favorito. Città del Messico 1970, Madrid 1982, Dortmund 2006: mi fermo qui, per non infierire.

Roberto Beccantini Eurosport

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