Sergio Romano Il paravento occidentale Ucraina e Gaza e il rischio dell’irrilevanza europea

Sergio-RomanoLE DUE CRISI E IL RISCHIO DELL’IRRILEVANZA
Il paravento occidentale

Per conoscere con certezza le cause del disastro aereo nei cieli ucraini, di cui è stato vittima un Boeing delle linee malesi, con la morte di 298 persone, occorrerà attendere probabilmente le fotografie scattate dai satelliti americani. Soltanto allora sapremo se si tratti di un incidente, di un collasso strutturale o se il velivolo sia stato colpito da un missile che potrebbe essere stato lanciato dal suolo (secondo prime indicazione di fonte americana) o da un altro aereo. Ma vi sono situazioni, come quella ucraina, in cui tutto assume immediatamente una valenza politica. Ancora prima di attendere i risultati delle indagini, i ribelli filorussi accusano le forze armate ucraine, e il governo di Kiev a sua volta ritorce l’accusa sui ribelli o addirittura sulla Russia, «colpevole» di avere considerevolmente aumentato negli scorsi giorni il numero delle truppe (ora circa diecimila) dislocate lungo la frontiera. Vi sarà persino qualcuno che non mancherà di ricordare il volo 007 delle linee sudcoreane, durante il viaggio da Anchorage a Seul, abbattuto da un missile sovietico il 1° settembre 1983 mentre sorvolava le coste occidentali delle isole Sakhalin. I portavoce dell’Urss negarono dapprima qualsiasi responsabilità e sostennero poi di avere eliminato un aereo spia.
Non era vero e fu un terribile errore che provocò la morte di 269 passeggeri e membri dell’equipaggio, ma ebbe luogo durante la Guerra fredda, quando ogni crisi, anche la più drammatica e sanguinosa, veniva trattata nella inconfessata convinzione di entrambe le parti che niente giustificasse un conflitto fra le maggiori potenze. Due anni dopo, quando Gorbaciov divenne segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica, il dramma era già stato dimenticato.
Quell’era è finita. Oggi assistiamo a sanguinosi scontri in Ucraina, ma anche nella Striscia di Gaza, per non parlare della Siria e dell’Iraq, in cui la logica di chi governa non è necessariamente quella di chi combatte. Non credo che Vladimir Putin voglia una guerra con l’Ucraina e penso che ne abbia dato una prova, dopo l’annessione della Crimea, abbassando il volume delle deprecazioni e delle accuse. Non credo neppure che il governo di Kiev coltivi la strategia avventurista del tanto peggio tanto meglio. E non credo infine che il primo ministro israeliano sia deciso a continuare l’assalto a Gaza fino alla definitiva distruzione della Striscia, rischiando di vincere sul terreno e perdere nella guerra delle percezioni e delle immagini. Ma temo che nessuno dei tre sia in condizione di controllare totalmente le sue fazioni più radicali e le reazioni di coloro che hanno sul terreno un rischioso compito operativo. Ci sono russi, non soltanto nel campo dei ribelli dell’Est, che vogliono liquidare una volta per tutte la questione ucraina anche a costo di un grande conflitto regionale; ucraini che vogliono suscitare una generale indignazione e provocare un più incisivo intervento delle democrazie occidentali; israeliani che vogliono mandare all’aria la riconciliazione fra Hamas e l’Autorità nazionale palestinese; fanatici islamisti per i quali una guerra si vince soltanto costringendo il nemico ad uccidere il maggior numero possibile di civili innocenti.
Non è facile fare proposte e suggerimenti. Ma è lecito dire che gli Stati Uniti e l’Unione europea dovrebbero smetterla di baloccarsi con misure punitive di discutibile effetto. Le sanzioni più severe adottate da Washington nelle ultime ore e quelle di cui si è discusso anche nell’ultimo incontro del Consiglio europeo, colpiscono spesso la popolazione più di quanto non feriscano la dirigenza del Paese e sono diventate il paravento dietro il quale le democrazie occidentali nascondono l’irrilevanza della loro diplomazia. Nella questione ucraina occorre impedire che il partito della guerra imponga ai governi la propria logica. È un obiettivo a cui Putin dovrebbe essere non meno interessato del leader ucraino Petro Poroshenko e, per quanto concerne Gaza, del presidente iraniano Hassan Rouhani. Sono loro i nostri migliori interlocutori.

di Sergio Romano da corriere.it

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