Sergio Romano Turchia le retrovie del disordine Il ruolo ambiguo della Repubblica di Erdogan. Voleva essere amico di tutti e oggi ha più nemici di quanti ne avesse prima dell’avvento del neo presidente al potere

Sergio-RomanoTurchia, la retrovia del disordine
Il ruolo ambiguo della Repubblica di Erdogan. Voleva essere amico di tutti e oggi ha più nemici di quanti ne avesse prima dell’avvento del neo presidente al potere

Dall’inizio alla fine della Guerra fredda la Turchia è stata per la Nato il più sicuro degli alleati e per Israele il più prezioso degli amici. Il Paese ha attraversato fasi difficili e momenti tumultuosi, ma era pur sempre governato, dietro le quinte, da una casta militare filo-occidentale con cui il Pentagono aveva ottimi rapporti. L’assuefazione addormenta gli spiriti critici e molti americani furono colti di sorpresa quando il Parlamento di Ankara, nel 2003, non permise alle truppe degli Stati Uniti di attraversare il territorio turco per colpire l’Iraq di Saddam Hussein anche da Nord.

La fine della Guerra fredda aveva cambiato la collocazione geopolitica del Paese. La Turchia non era più il custode occidentale degli Stretti e la sentinella della Nato nel Mar Nero, ai confini con un mondo ostile. Era diventata (meglio: ridiventata, come durante l’Impero Ottomano) il cuore di una larga area euro-asiatica che comprende una parte del Levante e si estende sino alle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. Poteva continuare a essere il fianco sud-orientale della Nato, ma poteva anche diventare il partner favorito di alcuni Paesi emersi dalla disintegrazione dell’Impero sovietico. La vittoria di un partito musulmano nel 2002 e la formazione di un governo presieduto dal suo leader, Cerep Tayyip Erdogan, nel marzo del 2003, hanno accentuato la seconda tendenza. Erdogan ha dimostrato che il ritorno alla fede non è incompatibile con lo sviluppo e che un Paese musulmano può essere protagonista di un miracolo economico.
Nel giro di pochi anni il «modello turco» si è imposto in molte società musulmane come il solo capace di conciliare democrazia, fede e progresso. Non sapevamo ancora quale uso Ankara avrebbe fatto di questo nuovo capitale politico e constatavamo, d’altro canto, che non intendeva rinunciare all’ingresso nell’Unione europea. Potevamo dunque continuare a contare su una Turchia filo-occidentale? È vero che la domanda di adesione permetteva a Erdogan di usare l’Europa per meglio sbarazzarsi dell’ingombrante presenza dei militari al vertice dello Stato, ma noi avremmo potuto incoraggiare la scelta europea della Turchia abbreviando i tempi del negoziato. Per compiacere alcuni Paesi, fra cui Germania e Francia, li abbiamo invece enormemente allungati: una scelta che ha probabilmente incoraggiato in Turchia i partigiani della politica neo-ottomana del suo ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu.

Il momento della scelta fra queste due possibili strade è giunto nel 2011. Erdogan e Davutoglu hanno creduto che la Turchia, sostenendo le rivolte arabe, avrebbe potuto prenderne la guida. Nel settembre di quell’anno Erdogan corse al Cairo dove fu accolto trionfalmente. Attratta da questa nuova prospettiva, la Turchia ha sostenuto la Fratellanza musulmana e il governo di Mohammed Morsi, ha abbandonato il presidente siriano Bashar Al Assad, con cui Erdogan aveva avuto eccellenti rapporti, è diventata la retrovia della guerra siriana e l’inevitabile complice delle sue componenti più radicali. Voleva essere amica di tutti e ha oggi più nemici, in Africa del Nord e nel Golfo Persico, di quanti ne avesse prima dell’avvento di Erdogan al potere. Potrebbe rivedere le sue scelte e correggere la sua politica estera, ma la recente promozione di Davutoglu alla presidenza del Consiglio sembra suggerire il contrario. Il Paese che credeva di avere una ricetta per i mali della regione, rischia di finire in corsia con gli altri malati.

di SERGIO ROMANO da corriere.it

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