Sergio Romano una candida arroganza gli Stati Uniti e la spia cacciata dalla Merkel

Sergio-RomanoUna candida arroganza

Può sembrare sorprendente che un fedele alleato, la Repubblica federale tedesca, adotti contro gli Stati Uniti una misura frequente fra i due blocchi durante la Guerra fredda. Ma fra le espulsioni d’allora e quella delle scorse ore contro un funzionario della Cia in servizio a Berlino corre una importante differenza. Quando la Nato e il Patto di Varsavia si guardavano in cagnesco attraverso il sipario di ferro, le espulsioni erano parte del gioco. Chi metteva la mano su una spia mascherata da diplomatico la cacciava dal suo Paese. Sapeva che l’altro Paese avrebbe protestato la propria innocenza e risposto alla «provocazione» espellendo a sua volta un funzionario del campo opposto. Ma le regole volevano che i casi di spionaggio fossero partite a somma zero da cui nessuno dovesse uscire perdente. Questo scambio di scortesie accadeva molto frequentemente soprattutto fra l’Urss e la Gran Bretagna, ma accadde almeno due volte negli anni Ottanta anche fra l’Italia e l’Urss. In ultima analisi non erano atti di reciproca ostilità. Saldato il conto, nemici come prima, vale a dire senza eccessivi rancori e desideri di ulteriori rappresaglie.
Quello che è accaduto fra la Germania e gli Stati Uniti è diverso ed è il risultato di almeno tre fattori. In primo luogo gli attentati dell’11 settembre hanno creato negli Usa un senso d’insicurezza e vulnerabilità che giustifica, agli occhi di molti americani, qualsiasi misura protettiva. Il Patriot Act (la legge voluta da Bush) ha attribuito a tutti i servizi di sicurezza poteri e facoltà che in altri momenti sarebbero parsi clamorosamente illiberali.
In secondo luogo le nuove tecnologie hanno aperto prospettive inimmaginabili. È sempre utile pedinare una persona, ascoltare le sue conversazioni telefoniche e dare un’occhiata al suo conto corrente. Ma è anche possibile gettare nello spazio una enorme rete elettronica e raccogliere una massa d’informazioni in cui gli algoritmi e alcune parole-chiave permetteranno di pescare informazioni interessanti. Ed è anche possibile ascoltare le conversazioni telefoniche di parecchi milioni di persone. Naturalmente, insieme a notizie utili per la sicurezza nazionale, la rete raccoglierà anche imbarazzanti conversazioni private, trattative confidenziali per la conclusione di un affare, scambi d’informazione e di esperienze fra scienziati che stanno lavorando a uno stesso progetto. Siamo davvero sicuri che queste notizie saranno scartate e ignorate? Che non verranno conservate a profitto di chi ne è divenuto proprietario?
Il terzo fattore è la candida arroganza degli Stati Uniti. Il Paese è uscito male dalle sue ultime guerre, ma continua a considerarsi «indispensabile» e quindi autorizzato a fare ciò che ad altri sarebbe proibito. Può promulgare leggi extraterritoriali valide per i giudici americani anche quando il reato, vero o supposto, è stato commesso fuori del territorio degli Stati Uniti. Può pretendere che tutte le linee aeree del mondo forniscano ai servizi americani informazioni sui loro passeggeri. Può pretendere che i contingenti militari americani, quando sono all’estero, godano di una totale impunità. Può considerare Edward Snowden un traditore per avere detto al mondo ciò che il mondo aveva il diritto di sapere.
Nella reazione tedesca vi è anche un fattore personale. Angela Merkel sa che le sue conversazioni telefoniche erano ascoltate e non ha ancora digerito l’affronto. Ma dovremmo piuttosto chiederci se non sia giusto, nell’interesse dell’Europa e dei rapporti con gli Stati Uniti, che qualcuno manifesti finalmente il suo disappunto.

di SERGIO ROMANO da corriere.it

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