Siamo continuamente spiati dai telefonini ce lo dimostra il tedesco Malte Spitz

Il famoso dilemma di Nanni Moretti su come farsi notare di più a una festa corre il rischio di diventare fortemente inattuale nell’epoca di Facebook e dei telefonini intelligenti. Se il desiderio è infatti quello di emergere, far vedere la propria faccia, i social network e le nuove abitudini digitali servono proprio a questo. Quando al contrario la volontà diventa quella di passare inosservati, allora la questione si fa tremendamente più difficile: possiamo infatti essere tracciati nelle nostre attività in rete ma anche durante una semplice passeggiata in strada dagli occhi «indiscreti» delle telecamere oppure individuati ogni volta che facciamo un acquisto con la carta di credito.

L’esempio clamoroso viene dalla Germania, dove il politico verde Malte Spitz — dopo quasi un anno di scambi di email tra legali — ha ottenuto da Deutsche Telekom i dati sulla tracciabilità tramite il cellulare dei suoi spostamenti. Spitz ha così scoperto che in circa sei mesi la società telefonica tedesca aveva collezionato 35.831 segnalazioni sulla sua localizzazione. Praticamente una ogni sette minuti. La storia del giovane esponente ecologista è forse la più clamorosa mai affiorata sulla questione privacy e telefonini perché dimostra non tanto la precisione con cui possiamo essere tracciati— l’approssimazione può essere anche di parecchie centinaia di metri —, quanto la frequenza con cui vengono registrati i nostri spostamenti. Ma le aziende di telecomunicazioni spiegano che si tratta di una pratica necessaria per determinare qual è la «cella» più vicina da utilizzare per inoltrarci chiamate e messaggini, e in ogni caso la regolamentazione su come e per quanto conservare questi dati, benché molto varia da paese a paese, è comunque molto stringente. Inoltre, come ci spiega per esempio Feliciano Intini, chief security advisor di Microsoft Italia, tutti i software pubblicizzati per localizzare il telefonino della fidanzata sono un po’ come gli occhiali a raggi x per vedere sotto i vestiti, messi in vendita negli anni Settanta. Una truffa, fortunatamente.

Questa rassicurazione non vuol però dire che la nostra privacy sia al sicuro man mano che aumenta la nostra vita digitale. Spesso però si tratta di una vera e propria scelta, come dicevamo: da Facebook Places a Google Latitudes passando per Foursquare, i social network sposati con il telefonino danno vita alla «geolocalizzazione» , l’abitudine sempre più diffusa di «taggare» (segnalare) spontaneamente il luogo dove ci si trova. Il tutto attraverso l’uso del Gps integrato negli smartphone — e non le celle degli operatori telefonici —, capace di una precisione di pochi metri. E così rendere la propria vita ancora più trasparente: secondo un dato di Foursquare, ormai sono più di 10 persone al secondo a indicare dove si trovano in quel momento.

La voglia di «socialità» digitale porta con sé una serie di rischi di cui molti internauti non sono consapevoli. «Capita spesso che mentre ci troviamo all’interno di un sito internet di nostra scelta, stiamo inconsapevolmente rivelando nostri dati sensibili anche a dei cosiddetti “siti terzi”» , spiega ancora Intini. In questa pratica, quando ci si trova online dal proprio computer, ci vengono in aiuto i browser di nuova generazione che — come Internet Explorer 9, ma anche le nuove versioni di Firefox, Chrome, Opera— integrano programmi che aiutano nel limitare il «tracking» delle proprie abitudini web. E se proprio ci rimane il dubbio di cosa abbiamo lasciato di noi in Rete, alcuni motori di ricerca specializzati possono darci una vaga idea: digitare un nome dentro «123People» rivela sostanzialmente quanto la Rete sa di questa persona. Con «TinEye» possiamo renderci conto di quante copie di una foto — magari di una nostra vacanza— si trovano in Rete e quali siti la ospitano.

Discorso diverso quanto ritorniamo sull’accesso alla Rete attraverso telefono cellulare: la cosiddetta «implementazione» dei servizi di privacy in questo campo è ancora tutta da inventare. E dunque può succedere, e succede, che la nostra applicazione preferita — dallo scaricatissimo «Angry birds» alla musica di «Pandora» — mandi in giro informazioni sul nostro telefono, dove si trova, chi siamo fino ad arrivare ai nostri «contatti » senza che ne siamo (completamente) consapevoli. Su alcuni smartphone basta infatti cliccare un semplice «ok» alla richiesta di «geolocalizzazione» perché molte informazioni vengano inviate non solo al produttore del software, ma anche ad agenzie di marketing e pubblicità.

Il tema è molto delicato e di attualità, soprattutto ora che grandi multinazionali come Google ed Apple, per esempio, vogliono rendere realtà la possibilità tramite tecnologia Nfc — «Near field communication» — di effettuare pagamenti attraverso il cellulare. I rischi su sicurezza e privacy possono aumentare esponenzialmente. Una realtà che in questi giorni sta affrontando l’Azienda dei trasporti pubblici di Milano: l’Atm insieme a Telecom ha dato il via ai primi sei mesi di sperimentazione del servizio «Mobile Pass» per pagare le corse sui mezzi con il telefonino. Immediata la reazione del Codacons, l’associazione dei consumatori che ha chiesto «precise garanzie per la privacy degli utenti, che non possono essere monitorati nei loro spostamenti».

federico cella da corriere.it

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