Stefano Rodotà I prigionieri dell’Imu e la Costituzione ferita

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ABBANDONATA alle distorte rappresentazioni della realtà fornite dai talk show televisivi, vittima di una sorta di ipnosi da “stabilità obbligata”, l’opinione pubblica stenta a cogliere quello che si presenta come il tratto più appariscente dell’attività del governo. Fin dai giorni delle trattative per la sua formazione, il governo è stato ossessivamente prigioniero della questione dell’Imu.

Della questione Imu sono ormai evidenti le conseguenze negative sulla politica economica e, più in generale, sul senso complessivo degli attuali equilibri politici.
Sappiamo che la richiesta perentoria dell’abolizione per tutti dell’imposta sulla prima casa corrisponde alla pretesa berlusconiana di vedere integralmente rispettata una sua promessa elettorale come condizione per il sostegno al governo. È sempre buona cosa che gli impegni presi con i cittadini non vengano dimenticati all’indomani delle elezioni. Ma è sempre necessario valutare poi la portata che assumono quando devono divenire parte di un programma comune di una maggioranza ed essere così collocati nel quadro complessivo dell’azione governativa. Questo elementare passaggio è stato omesso, l’Imu è stata trasformata nell’unica luce capace di illuminare l’intero modo d’essere del governo, innescando una quotidiana “verifica” della possibilità stessa della sopravvivenza del governo. Da mesi assistiamo ad una caccia quotidiana alle risorse necessarie per l’abolizione dell’Imu, con coperture talvolta acrobatiche e, comunque, con il sacrificio di finalità e bisogni assai più importanti, stabilendo una impropria graduatoria tra gli obiettivi da realizzare. Dal punto di vista strettamente politico, questa vicenda ha fatto sì che l’equilibrio sia stato nettamente spostato a favore del Popolo della libertà, poiché sono subito scomparse dall’orizzonte governativo promesse elettorali altrettanto impegnative fatte dal Pd. Una asimmetria che pesa, che alimenta sfiducia nella capacità del Pd di esprimere una azione politica coerente, rafforzando pure la convinzione, sempre più diffusa, che la politica sia ormai affare di interessi di parte, lontana da un’idea di interesse comune dei cittadini.
Ma questa vicenda fa emergere una questione più generale, che può essere definita come “l’ingannevole universalismo” dell’abolizione dell’Imu. La scomparsa generalizzata di questa imposta sulla prima casa, infatti, pesa sulla fiscalità generale, come accade, o dovrebbe accadere, per tutti i servizi resi dallo Stato ai cittadini in condizione di piena parità, mentre in questo caso si deve fare riferimento alla specifica situazione in cui si trova ogni persona. La scelta di abolire l’Imu sulla prima casa indipendentemente dalla condizione economica dei proprietari diviene così parte di una dinamica che si è venuta consolidando in questi anni, e che consiste nello smantellamento del principio della progressività dell’imposizione tributaria, specificamente prevista dall’articolo 53 della Costituzione. Vale la pena di rileggere integralmente questa norma: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Dio mio, dirà subito qualcuno, ecco l’inevitabile riferimento alla Costituzione da parte di chi, testardamente, si ostina a volerla sovrapporre alle esigenze ferrigne della politica. E invece non dobbiamo
mai accettare che la politica possa non essere “politica costituzionale”, non perché si debba manifestare una cieca fedeltà ad un totem, ma perché solo seguendo la via maestra nitidamente tracciata da quel testo è possibile garantire in primo luogo l’eguaglianza tra i cittadini. È stato detto mille volte che era legittimo prendere in considerazione la condizione economica delle persone che, soprattutto in tempi di crisi, possono trovarsi in una situazione che rende per loro eccessivo, o addirittura pregiudizievole per una loro vita dignitosa, il pagamento dell’imposta sull’unica casa di loro proprietà. Ma questa sacrosanta considerazione non porta inevitabilmente con sé l’estensione di quel beneficio a chiunque, ad ogni proprietario, anche a quelli che hanno una situazione economica, e dunque una capacità contributiva, che li pone nella condizione di non subire un sacrificio dall’integrale pagamento dell’Imu. Qualcuno, all’interno stesso del governo, aveva osato dare qualche indicazione in questo senso, subito bollato come traditore, come reprobo, mentre si trattava semplicemente di persone consapevoli del fatto che quella esenzione generalizzata si traduceva in un regalo, in un indebito privilegio, a vantaggio di chi già è economicamente avvantaggiato e che, quindi, è il destinatario della regola della progressività dell’imposta, che significa appunto che chi più ha deve maggiormente contribuire alle spese pubbliche.
Davvero parole pronunciate vanamente in quel deserto di ascolto che è divenuta la politica ufficiale. E che sono una conferma ulteriore dell’assenza di sensibilità costituzionale nell’azione di governo, poiché si ignora non soltanto il principio della progressività dell’imposta, ma lo stesso principio di eguaglianza. Questo, infatti, non è violato esclusivamente quando vengono trattate in modo difforme situazioni identiche. Lo è anche quando si trattano in modo eguale situazioni tra loro diverse. E questo è proprio il caso dei proprietari delle abitazioni, che non costituiscono una categoria unificata dal titolo formale di proprietario di una prima casa, ma che devono essere considerati nelle loro molteplici e differenziate situazioni di contribuenti. Si sta così realizzando una indebita dissipazione di risorse pubbliche a vantaggio di contribuenti abbienti o ricchissimi, della rendita fondiaria, del sostegno a un mercato immobiliare in difficoltà. Risorse ben più cospicue di quelle che, con grande scandalo, si scoprono essere state destinate ai piaceri voluttuari di consiglieri regionali o comunali.
Mentre ci si incammina lungo i sentieri accidentati dell’ingannevole universalismo, si abbandonano i luoghi dove l’universalismo dovrebbe essere sempre praticato, quelli dove si insediano i diritti di cittadinanza: lavoro e istruzione, salute e abitazione. Appunto quelli sacrificati dalla prepotenza di chi, con toni ricattatori, ha chiuso l’orizzonte politico intorno all’Imu, mentre gli altri chinano la testa e si sbracciano nelle rassicurazioni.

Stefano Rodotà repubblica.it

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