Tribunale condanna Asl a Dolo per uso di Arava farmaco tossico che provocò la morte di Manuela

Artrite curata con Arava, vietato negli Usa, nonostante la
giovane avesse detto ai medici che poteva causare problemi

Una diciottenne muore all’ospedale di Dolo (Venezia) dopo un trattamento farmacologico. Mamma e papà dopo anni riescono a intentare una causa civile contro l’Asl e il giudice dà loro ragione: avranno 500mila euro di risarcimento. Ma non riavranno mai più la loro unica figlia.

La drammatica vicenda è avvenuta nel 2002 e pochi la ricordano in Riviera del Brenta forse perché il tragico epilogo – la diciottenne è deceduta per necrosi al fegato – sembrava una drammatica fatalità. Ma la sentenza del Tribunale di Dolo emessa nei giorni scorsi (giudice Enrico Schiavon) l’ha riportata alla luce in tutta la sua gravità, illustrata ieri dall’avvocato dei familiari della giovane, Mauro Zenatto, fiduciario del Tribunale dei Diritti del Malato di Piove di Sacco (Padova), e dal medico legale Alessandro Marcolin (oggi sindaco di Piove di Sacco).

«Manuela nel 2002 è una ragazzina afflitta da artrite reumatoide e che ha appena compiuto 18 anni – racconta l’avvocato Zenatto – Il medico che l’ha in cura all’ospedale di Dolo la sottopone a un trattamento con Arava». Un farmaco che aveva avuto il via libera della Cuf, la Commissione unica del farmaco presieduta dal ministro della Sanità, e che è tuttora nel prontuario farmaceutico. «Non è così però negli Stati Uniti – precisa il legale – dove la medicina, che viene prodotta da una casa farmaceutica americana, è stata ritirata dal mercato proprio per seri danni tossici ai pazienti». Manuela, che ha problemi legati alla malattia, dolori ossei soprattutto alle piccole articolazioni, si sottopone al trattamento con Arava per 10 mesi. Durante la cura non migliora, ma il trattamento continua. Fino a quando Manuela muore all’ospedale.

«Il referto medico – spiega il medico legale Marcolin – accerta che Manuela è morta per necrosi al fegato. Sono gli stessi sanitari del’Asl 13 che relazionano al ministero della Sanità l’uso del farmaco collegandolo al decesso della giovane». La famiglia di Manuela, duramente provata, non si dà pace, tanto più che proprio la diciottenne navigando in internet aveva scoperto che quel farmaco poteva provocare problemi e aveva chiesto delucidazioni al medico, senza però ottenere spiegazioni soddisfacenti. La famiglia vuole la verità, desidera capire perché il medico ha continuato ha usare un farmaco che poteva causare anche la morte. Ma è difficile trovare un legale che vada contro un’Asl per un farmaco ancora in uso. Si rivolgono infine al Tribunale del Malato, quindi all’avvocato Mauro Zenatto. «Trovare un medico che facesse da consulente contro un’azienda sanitaria – spiega l’avv. Zenatto – è stato altrettanto difficile, la lotta di Davide contro Golia, tant’è che la causa è iniziata solo nel 2005 e si è conclusa pochi giorni fa».

La sentenza del giudice di Dolo dà ragione ai famigliari di Manuela condannando l’azienda, e indirettamente il medico, a risarcire la famiglia con 500 mila euro. L’Asl 13 e il dottore, infatti, nonostante le segnalazioni della diciottenne, non avevano cambiato la terapia che si basava su un farmaco ritirato dal commercio negli Usa per conseguenze tossiche.

di Luisa Giantin da gazzettino.it via messaggero.it

A prendere le difese della famiglia, che per settimane ha ricevuto solo porte chiuse in faccia vista la complessità del caso, è stato infine l’avvocato Mauro Zenatto di Piove di Sacco, che è anche consulente legale del Tribunale del malato. E piovese è anche il perito di parte che ha sostenuto la causa, niente meno che il sindaco Sandro Marcolin, nella veste professionale di medico legale. «Manuela ha iniziato ad assumere il farmaco a 18 anni e lei stessa – sottolinea il legale – aveva scoperto grazie a una ricerca su internet che negli Stati Uniti il suo utilizzo era stato sospeso perché giudicato troppo pericoloso. La ragazza aveva anche riferito la sua preoccupazione al medico curante che tuttavia ha proseguito la cura. Dopo dieci mesi la ragazza è deceduta per necrosi epatica acuta. Il tribunale di Dolo – prosegue Zenatto – ha riconosciuto la responsabilità dell’Asl per la colpa del suo medico».

da la Nuova Venezia

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