Un Paese come il nostro è finito quando le mamme fanno la fila per vendere i giocattoli dei figli

germania poveriQuando i bambini devono vendere i loro giocattoli
Un governo nato già vecchio. Sottosegretari indagati. La crisi che impedisce di disegnare un futuro migliore. Non mancano spunti per il cronista. Poi vedi un negozio di giocattoli usati. Davanti alla vetrina, una fila di mamme che vendono i giochi dei loro figli.

Un governo nato vecchio che trasforma l’inciucio in alleanza di legislatura. Un primo ministro che parla di destini magnifici e progressivi, ma stenta a convincere di non pensare soprattutto ai propri. Poi sottosegretari indagati. Magistrati coraggiosi che vengono respinti dal governo – come Nicola Gratteri – per far posto ad altri – vedi Cosimo Ferri – molto più affini al potere. Quindi la mafia, la corruzione, i buchi nei conti pubblici.

Non mancano certo gli spunti per raccontare l’Italia di questo lunedì. Poi ti ritrovi a Genova, vicino alla stazione Brignole, davanti a un negozio di giocattoli usati dove sei passato senza pensarci centinaia di volte. Sta lì da sempre. Ma questa mattina sul marciapiedi di fronte alla vetrina ecco una lunga coda di donne con le mani ingombre di oggetti. Allora per curiosità ti fermi e chiedi: sono mamme che vanno a vendere i giocattoli dei loro figli. C’è Marina che porta una confezione di Lego, “perché intanto Mattia non ci gioca più”, dice come per giustificarsi, impaziente di liberarsi di quella scatola che le pesa come una colpa. Poi Luisa con un sacchetto carico di modellini di automobile che Enrico faceva correre sulle strade del salotto. E Francesca, Claudia. Sono donne come tante, gente comune, come te e tua moglie. Forse sarà suggestione se negli abiti di alcune di loro – il colletto della giacca consumato, la borsa con una riparazione di fortuna – ti sembra di riconoscere le prime avvisaglie di una difficoltà.

In fondo, ti dici ascoltando le loro storie, non è male che i giocattoli tornino a svolgere il loro compito nelle mani di altri bambini invece di ricoprirsi di polvere. Pensi che forse non sarebbe sbagliato se la crisi rendesse un poco più frugali le nostre abitudini. Se ci liberasse dell’ingombro, non solo materiale, di tante cose che finiscono per appesantirci.

Intanto, però, osservi gli oggetti nelle mani delle madri, quelli esposti nel negozio. C’è qualcosa di misterioso e ormai inafferrabile per noi adulti nei giocattoli dei bambini. Prendi il modellino di aereo di tuo figlio, lo agiti in aria come fa lui, ma non riesci a ripetere la magia dei suoi gesti. Chissà cosa immagina muovendo il minuscolo jet nel cielo della stanza, forse già vede i suoi viaggi futuri, si raffigura paesi lontani dove le linee di meridiani e paralleli si incontrano con quelle della fantasia.

Accidenti, dovevi parlare del Governo di un Paese, del deficit che ci impedisce di pensare un futuro diverso. Insomma, dei destini dell’Italia. E sei finito a raccontare di un gruppo di mamme che fa la coda davanti alla vetrina di un negozio. Di giocattoli usati. Dei sogni venduti dei bambini. Ma forse è proprio la stessa cosa.

Da Il Fatto Quotidiano del 10/03/2014. Ferruccio Sansa via triskel182.wordpress.com

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