Vittorio Feltri I conti sbagliati di chi ha tradito Berlusconi (e ora trema…)

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C’era una volta il Pdl che raggruppava tutti i sudditi di Silvio Berlusconi, il quale, essendo potente e dominante, non temeva agguati in casa propria. Il centrodestra   vinceva le elezioni alla grande e chi vi faceva parte era impegnato soltanto a guadagnarsi i favori del capo e a conquistare un posto, o almeno un posticino, al sole. Poi il vento giudiziario cambiò e, di conseguenza, cambiarono anche gli umori degli aiutanti di battaglia e dei gregari. Il trono del Cavaliere subì qualche scossone ed ebbero inizio le fughe.
Semplifico. Casini fu il primo a tagliare la corda, ma non per opportunismo: peggio, per presunzione. Era convinto di potersi mettere in proprio, senza contare di essere sprovvisto di consensi, pertanto fu obbligato a vivacchiare alla periferia di ogni gioco politico importante. Talmente in periferia che a un certo punto, povera anima, fu costretto ad andare a rimorchio di Mario Monti, e finì fuori strada, forse anche fuori di testa. Solo due anni fa egli era ospite fisso di ogni telegiornale e di ogni talk show. Adesso è scomparso. L’unico programma tivù che si occupa di lui è Chi l’ha visto?.
Successivamente fu Gianfranco Fini ad abbandonare la nave come un topo per salire su un gommone, il Fli, prontamente affondato. Poi fu la volta di Alfano. Il delfino privo di quid, ma non di ambizioni, si appiccicò alle costole di Letta (Enrico) e a quelle di Renzi. Insomma, una girandola leggermente disgustosa accompagnata da un refrain: Berlusconi è finito, ora gli appiopperanno altre condanne, non bisogna più dipendere da lui, ma guardare al futuro. Quale futuro? Quello di un centrodestra guidato da altri, gente fresca, nuova, piena di energie, pronta a ricompattare le file.
Tutte balle. L’obiettivo dei rampantelli era uno solo: accaparrarsi la poltrona del fondatore e garantire ai superstiti la possibilità di restare in Parlamento, se non al governo. Obiettivo cancellato all’improvviso dalla inattesa assoluzione in appello giunta ieri a proposito del cosiddetto processo Ruby. I giudici hanno restituito al leader morituro (nonché imputato) ampi margini di manovra politica e una sicurezza psicologica che gli consentiranno di cavalcare ancora la tigre.
Bisogna riconoscere che il panico aveva confuso le idee a quasi tutti gli esponenti di Forza Italia, e non poteva essere che così: il partito era sempre stato nelle mani del capo, minacciato il quale, le prospettive di sopravvivenza dell’intera organizzazione si erano assai ristrette. Di qui il tentativo di tanti leaderini o aspiranti tali di assicurarsi un avvenire, anticipando il funerale del vecchio e indomito trascinatore. Ma ecco, il giorno delle esequie si è assistito non alla tumulazione bensì alla resurrezione di quello che doveva essere il de cuius.
Gli azzurri hanno esultato, però non tutti sinceramente: c’era chi nel mucchio selvaggio aveva davvero creduto di essere in procinto di fare un passo avanti. E invece la sentenza d’appello ha azzerato ogni ambizione fuori luogo: si è tornati allo statu quo ante. Il Cavaliere non è stato disarcionato. D’ora in poi egli sarà animato dall’ottimismo che lo rese famoso, frustrando coloro i quali desideravano fargli le scarpe. Intascato il verdetto favorevole, Berlusconi, ricaricate la batterie, sarà nuovamente protagonista, nel Paese, forse, di sicuro nel partito da lui costruito a caro prezzo.
Colombe, falchi e galline saranno obbligati a rientrare nel loro angusto nido, testa bassa e becco chiuso. Si annuncia uno spettacolo divertente, seppure silenzioso: Silvio rinfrancato cosa combinerà? Ah, saperlo! Però immaginiamo qualche scena e, in attesa di godercela, sghignazziamo.

Vittorio Feltri  da ilgiornale.it

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